Il popolo italiano è veramente straordinario, o è assuefatto e acquiescente, oppure, spero, più saggiamente considera alla stregua di quello che sono quei ineffabili personaggi che auspicano i tribunali del popolo, come se il 900 non avesse insegnato nulla, riguardo una giustizia, a dir loro, poco in sintonia, con gli umori della piazza, naturalmente quella più di parte e facinorosa, ce n'è ancora di strada da fare. Ma miseria schifosa, che sfiga è mai questa che dopo aver assistito al crollo del muro di Berlino, e io ci sono stato, quando felici speravamo di poter fare a meno della DC & soci, ci tocca ora tutto questo...
Sapete che quasi non mi vergogno a dire che quando ultimanente mi capita di vedere o sentire Andreotti, mi sento come sollevato?
Dura eh?
Un filmato autoprodotto della Svt mostra l'immagine
del premier insieme alle note di un mandolino
C'è chi mi dice che è inutile farsi il sangue amaro, che anche l'altra sponda fa schifo, è vero, ma non posso non sentire come mia l'umiliazione nazionale che quando le leggi razziali colpirono i professori universitari, a dimettersi furono un numero insignificante, quindi sento il resistere un obbligo morale, un imperativo cui non posso sottrarmi, soprattutto quando monta più forte la nausea come quando capita di sentire, come in questo periodo, i più assurdi latrati a reti unificate.
E se questo che segue fosse pure un falso, non muta la mia opinione:
Svezia, la tv di Stato si fa lo spot "Non siamo come Berlusconi"
ROMA - Per farsi pubblicità, e sottolineare la sua indipendenza e obiettività, la televisione di stato svedese Svt usa l'immagine di Silvio Berlusconi. In un filmato breve, che va in onda in questi giorni e si può vedere anche sul sito dell'emittente, sfilano alcune riprese di Berlusconi che saluta la folla o che appare su decine di video contemporaneamente. Il sottofondo musicale è il mandolino tipico della peggiore iconografia dell'italietta, con le note ovvie di "O sole mio".
Ad accompagnare le immagini una serie di scritte: "In Italia, il 90 per cento dei mass media è in mano a Silvio Berlusconi", "Dopo intensiva campagna elettorale (grazie ai propri mezzi di comunicazione) vince le elezioni" ", "Ora è anche presidente del consiglio" e per finire: "Svt: noi siamo una televisione libera".
La televisione svedese non sottolinea solo la concentrazione dei mezzi di comunicazione in mano al presidente del consiglio, ma anche la qualità dei programmi. Le riprese di Berlusconi, che saluta sorridente, sono alternate a quelle di ballerine poco vestite nei varietà italiani.
(16 febbraio 2005)
Qui lo spot
E' in edicola per pochi euro, e in DTS per giunta, il DVD Supernatural di Santana, non avete alcuna scusa, andate e compratelo.
Non voglio poi sentire storie quando passerò nelle vs. case a controllare.
Basta un impianto anche modesto di home-theatre e un proiettore da meno di 1000 euro per godere di un piacere finora irraggiungibile anche per tasche ben fornite.
Hasta!
Franz
E' successo in un supermercato Esselunga all'Isolotto
Nella sua spesa c'era un salamino non pagato
Firenze, pensionato muore
durante controllo antitaccheggio
L'anziano ha avuto un malore per l'agitazione
mentre veniva accompagnato in direzione.
Quindi riflettiamo tutti e abbassiamo il tono delle cazzate che spariamo, cercando di trovare il tempo per scovare qualcuno di più degno ma mandare al governo di questa povera nazione.
FIRENZE - E' morto nel supermercato durante un controllo antitaccheggio. Gli addetti alla sicurezza della Esselunga di via Canova nel popolare quartiere dell'Isolotto avevano appena cominciato a frugare nella borsa di N. V., un pensionato fiorentino di 70 anni, quando hanno notato qualcosa che non andava: nella sua spesa c'era un articolo non pagato. N. V., cardiopatico, si è agitato molto.
Il malore ha colto l'uomo mentre i vigilanti lo accompagnavano nell'ufficio del direttore. Il pensionato, residente nella zona dell'Isolotto, era appena passato per le casse a pagare la spesa, quando è stato avvicinato da alcuni addetti antitaccheggio. Secondo i carabinieri di Legnaia durante i normali controlli che vengono intensificati nel periodo natalizio, gli addetti alla vigilanza si sarebbero accorti di una piccola leccornia che non figurava nello scontrino appena battuto alla cassa: un salamino.
N. V. si è sentito male alle 12.35. E' stata immediatamente chiamata un'ambulanza, con medico a bordo, ma non c'è stato niente da fare. Alle 13.15 l'uomo è morto. Il pm di turno, Angela
Pietroiusti, non ha ritenuto necessario disporre l'autopsia.
Alla fine l'abbiamo portata a casa, ora viene il bello....
Sono stremato e ancora un po' stordito, anche per gli insulti
che mi sono tirato dietro dai precedenti indegni proprietari,
non li voglio nemmeno chiamare armatori, maniscalchi...
Ora è nelle mani giuste e verrà trattata come il suo rango esige.
Barroso chiede cambio. Berlusconi: Rocco, lascia
Il neopresidente Ue chiede aiuto al premier. Emma Bonini e Frattini fra i nomi nuovi
ROMA - Barroso lo ha chiesto a Berlusconi e il nostro premier ha girato l’invito a Buttiglione. Due distinte telefonate e un unico ragionamento: se il commissario italiano facesse un passo indietro, valutando sino in fondo i rischi di una bocciatura del Parlamento europeo e traendone le conseguenze, «sarebbe meglio per tutti».
«GESTO NOBILE» - Non una richiesta formale di dimissioni, ma un invito, il suggerimento di un «gesto nobile», esplorato con tutta la discrezione del caso. Il professore ci ha pensato un attimo, ma alla fine ha detto no: indisponibile. Oggi pomeriggio (a meno di un rinvio a sorpresa del voto) sapremo se la scelta del professore è stata azzeccata.
La telefonata fra Barroso e Berlusconi, ieri mattina, è stata all’insegna della preoccupazione. Il presidente della Commissione designata ha fatto tesoro di alcuni calcoli (che oggi lo vedrebbero bocciato) e chiesto in sostanza aiuto al presidente del Consiglio.
NUOVO CANDIDATO - Prima richiesta, secondo più fonti convergenti: «Aiutami a trovare i voti che mancano». Subordinata: esplorare l’ipotesi di un nuovo candidato italiano. Nuovo candidato in vista di una sostituzione-lampo (sfumata prima di nascere) di Buttiglione; di un possibile rinvio del voto; necessario in caso di bocciatura (probabile) della Commissione da parte del Parlamento europeo.
Appena qualche giorno fa, in un incontro rimasto riservato, Berlusconi e Buttiglione avevano discusso di un possibile cambiamento di portafoglio. Era stato lo stesso commissario ad avanzare al capo del governo una condizione: «Sono disponibile a cambiare ma solo a patto di avere in cambio la Concorrenza». Una condizione che il capo del governo non aveva preso nemmeno in considerazione.
Ieri, quando da Strasburgo è arrivato il messaggio allarmato di Barroso, l’ipotesi di un cambio di portafoglio in corsa era ormai tramontata. Il rifiuto del professore non ha fermato comunque la ricerca di un candidato alternativo. Lo stesso Berlusconi ne ha parlato con gli alleati. La Lega avrebbe fatto il nome di Formigoni (che lascerebbe vacante la presidenza della Lombardia, che fa gola ai leghisti). La lista delle ipotesi si è allungata con Emma Bonino, l’ex ministro dell’Economia Tremonti, persino con l’attuale titolare degli Esteri, Frattini, che in chiave interna aprirebbe scenari rimasti finora solo ipotetici.
IRRITAZIONE - Nel governo confermano che è in corso una riflessione anche su questo punto, ma che ovviamente si tratta di ragionamenti prematuri. Nessun dubbio, invece, sull’irritazione di Berlusconi per tutta la vicenda: «Pensare che mi sono battuto per portare a Roma 25 Stati a firmare la Costituzione europea. Pensare che mi sono battuto per Barroso. E invece ora questa rogna, che figura....».
Marco Galluzzo
27 ottobre 2004 - Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind
E' da un po' che mi faccio delle seghe mentali riguardo la per me somma ipocrisia di un popolo civile, laborioso e timorato di Dio, tanto far tornare in mente la pietas di Virgiliana memoria, che non trova di meglio che chiamare col nome di Abramo dei carri armati micidiali che manda poi in giro per il mondo con imperialistica e spocchiosa disinvoltura.
Sto parlando dei nostri cugini USA dai quali dovremmo imparare come si fa a predicare così bene come loro e poi riuscire a tirarlo in c... a tutti meglio del cavalier silvio banana.
Ora la notizia del giorno, se non sono quei sovversivi comunisti di Repubblica a inventarsela, è quella che vi giro e che mi pare non abbia bisogno di alcun commento se non di una planetaria pernacchia:
Usa, giro di vite sui sigari cubani
Vietato l'acquisto agli americani
Embargo totale su Montecristo, Partagas e Cohiba Esplendido
Previste multe severissime, fino a un milione di dollari
ROMA - Più che un sigaro, un simbolo. Ma ormai solo per pochissimi privilegiati. Che senz'altro non sono americani. L'embargo degli Stati Uniti sui sigari cubani diventa totale: lo si apprende a Washington da fonti del Tesoro americano. Da pochi giorni i cittadini americani, e anche i residenti permanenti con la green card, non possono più comprare neanche un sigaro cubano, neppure in un paese straniero per consumarlo fuori dagli Usa.
La nuova legge sopprime una precedente disposizione. Fino ad ora era infatti possibile portare negli Stati Uniti Montecristo, Partagas o Cohiba Esplendido (quelli che fumava Fidel Castro) per un valore massimo di 100 dollari. Così, ad esempio, faceva regolarmente, e ora non può più farlo, il governatore della California Arnold Schwarzenegger, grande appassionato di Avana, che non sono in vendita negli Usa.
Le pene sono severissime: multe fino a un milione di dollari per l'impresa che non rispetta la legge, e fino a 250 mila dollari per un singolo cittadino, oltre a pene di carcere fino a 10 anni.
Che sia casuale l'annuncio nel tg della sera dell'arrivo in diretta da Vespa, che per l'occasione ha passato dall'estetista più tempo di mia zia, delle due povere Simone a Ciampino?
Perchè non linkarsi a di.fm?
C'è il radio-channell "Modern Jazz" che è proprio giusto.
Proviamo ora per un attimo a immaginare se a pronunciarsi fosse stata la nostra corte costituzionale cosa potrebbe aver potuto dire il governo.
Capita che si manifesti attraverso le sentenze della corte suprema israeliana e statunitense.
Vista la definizione, non vedo come tragica l'uscita di vecchie glorie come Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra; facciamo spazio fraternamente ai nostri nuovi partner che con le loro formazioni, ancorchè misconosciute, rendono di più e superano le più note e prestigiose compagini continentali, soprattutto quando dimostrano di guadagnarselo sul campo.
Ma ci pensate un attimo a cosa significa, soprattutto ora che non produciamo neanche più un fottuto televisore e ci stanno facendo spostare le fabbriche di lavatrici nell'Europa dell'est?
Ci pensate come ci pensa un francese o un tedesco o magari ve ne sbattete mentre acquistate per moda o per civetteria una coreana del cazzo?
Avete mai sentito parlare di TCO o di qualità reale e qualità percepita, certo noi italiani sulle stronzate non ci batte nessuno, e poi ci lamentiamo meglio degli altri, ma siete mai saliti su una Twingo, avete visto quante ce ne sono in Francia, o ragionate come mio padre che dice di una vettura: buona, solo perche costruita in Germania; pura follia, che pagheremo cara, a meno che non si voglia tutti quanti dedicarci al mandolino e alla pizza a trasformare la penisola in una mega Disneyland.
Certo che il "contino" a una lettura superficiale può risultare indigesto o la sua relazione annacquata (sicuri di averla veramente letta tutta?), ma cosa vi aspettate?
Che cosa fareste al suo posto, ci vuole fegato e determinazione, non ci sono soldi, idee poche, incertezze quante ne volete, e cosa vi attendete che dica, qualche furberia alla francese o qualche affermazione alla tedesca, con le casse vuote e uno zoccolo duro di mercato interno che si sta sfaldando.
E' chiaro, soprattutto adesso, ma non è stato così nel passato, che la Fiat non è la Wolkswagen, però un'impresa, qualunque impresa per crescere e affermarsi necessita di condizioni politico sociali che la mettano in condizione di svilupparsi in maniera sana; è fin troppo facile ora replicare che la Fiat ha avuto aiuti di stato etc.
Ma la politica non è quella cosa che dovrebbe creare le condizioni perchè ci siano opportunità per tutti a parità di condizioni di partenza, e nella prima repubblica sappiamo com'è andata, mentre invece ora....
A chi le chiediamo le riforme e le migliori condizioni per l'armonioso sviluppo della libera impresa in un mercato sano e di libera concorrenza, a Berlusconi?
A proposito, le aziende hanno anche bisogno di cervelli freschi e ben preparati, mi vengono in mente le tre "i" dell'attuale governo, vedo che ci stiamo appunto muovendo nella direzione giusta...
E' vero che la casa torinese ha dalla sua immense responsabilità e numerosi errori, però dobbiamo aiutarla a mettersi sulla strada giusta, se si fotte ci fottiamo tutti un po', non penserete mica di non pagare dazio su Parmalat e Cirio, io avverto gia distintamente sul collo l'alito di banche e fornitori.
Ho visto in centro a Roma l'ultimo "Ferrari-shop", molto bello e soprattutto inimitabile, se anche solo un po' riuscissero a trasferire concetti del genere anche all'intero gruppo Fiat, ci sarebbe di che sperare, anche se pensandoci a volte viene da piangere.
Per parte mia la prossima vettura che acquisterò, apparterrà di sicuro al gruppo.
Vi invito a leggere la relazione del nuovo presidente di confindustria: http://www.corriere.it/Media/Foto/2004/05_Maggio/27/InterventoAssemblea2004.pdf
Per misurare quale abisso ci sia tra il lucido ragionamento di un imprenditore di buon senso e il delirio di uno squallido parassita, abituato a sfruttare privilegi da scorrette rendite di posizione promosse dal peggiore sistema clientelare-mafioso che il nostro paese ricordi; lui sì che è un vero comunista, nel senso peggiore si possa attribuire a tale accezione(vedi il memorabile intervento di Eco a proposito).
Tutti gli argomenti trattati ne escono con una strana intonazione, del tutto fuori dal coro monocorde dei media di regime, da stampare e diffondere.
Altro che cercare di alleggerire il carico fiscale a carico delle imprese, cui sti farabutti strizzano l'occhio portando impudicamente avanti la mano rapinosa che ti sottrae risorse con l'alibi del condono, dio li stramaledica, peggio dei mafiosi, una vera e propria chiamata di correo, dove ci guadagna solo la peggiore categoria di imprenditori, quelli che rubano a te, ai tuoi figli, alla collettività intera facendo degenerare le relazioni sociali ed economiche.
Leggo dal Corriere, il suo sogno: il nostro incubo peggiore.
Ha da passà 'a nottata.
Non amo in particolare Pino Daniele, ma questa mi ispira, anche se ora sto ascoltando Miles Davis su di.fm.
Dunque, si potrebbe subito avviare il fedele diesel fiat e sgusciare via rapidi e silenziosi fluendo veloci fino in darsena; la immagino, anche so ho la tabella delle maree, gonfia dell'alta sigiziale...si avvia il gattone yamaha, 4 sicuri cilindri a V che tieni a bada portandoli con esasperante lentezza all'uscita del canale, dove il sommesso miagolio si trasforma in un cupo e perentorio muggito che ti proietta nel buio complice della notte, ok se c'è la luna ma al buio è ancora più eccitante, immersi nella torpida umidità delle nostre latitudini.
Manetta piena per 220 di bussola, bastano 20' per essere in mezzo e alla giusta profondità, ora togli il contatto e a imbarcazione ancora in planata ti lanci in acqua, così forte da perdere gli indumenti, e via nuotare vigoroso fino a sfinimento, quando poi risali in plancia e dal cassero ti godi il respiro della notte, sospeso tra il palpito del mare e le vibrazioni delle stelle.
Now, i can do it, and you?
Ora il "premier" ci viene a dire, a mezzo circolare spedita ai telegiornali, eh sì, è lì che per lui si formano notizie, opinioni e consensi, che è opportuno adottare, leggi imporre, il silenzio stampa sulla vicenda dei nostri disgraziati connazionali caduti nelle mani dei guerriglieri iracheni.
Bella faccia tosta, con tutte le sciocchezze di ogni tipo che ha detto finora , si dovrebbe soprattutto e anzitutto autocensurare da solo.
Razza di abbietto ruffiano, cosa pensava di pagare a spese nostre una tangentona stile Previti, per poi farcene vedere in prima serata lo spottone elettorale della loro liberazione avvenuta grazie al suo genio soprannaturale?
Lo vedrei ben ambientato nella Saigon de "Il Cacciatore", mentre invece è l'amara medicina di Indro che ci tocca bere giorno per giorno fino a, speriamo completa, disintossicazione.
View image
A volte cè n'è davvero bisogno, soprattutto oggi, ma non nel senso degli struzzi, bensì per auspicare qualcosa di bello.
Soffermiamoci ora un attimo su quanto avvenuto domenica in quella che è stata definita "la corsa perfetta" tra Max Biaggi e Valentino Rossi, epica, primitiva e futurista, zippata da rimanere senza fiato eppure capace di far dilatare il tempo come in un film di Leone. E che dire di Yamaha, rientrata nell'olimpo come in un mitico poema omerico, io faccio già la mia piccola parte con tastiera, amplificazione e fuoribordo, ma vi/mi consiglio il dsp Z9, una vera astronave capace di rapirvi e trascinarvi in altri mondi, al costo inferiore a quello di un'utilitaria.
E poi oggi leggo di Valentino che prova a Fiorano e qui erompe un sogno che me lo porta a vedere emulo del maestro Michael, ma uno che sogna più ardito me lo proietta addirittura al suo fianco, sweet dream.....are made on this.....
...nel modo che abbiamo visto e una dichiarazione di quel mentecatto di Calderoli per far capire agli italiani che si è in guerra, fose non ce ne eravamo accorti....
Altro che liberazione di popoli ed esportazione coatta di democrazia.
Ora quei dementi di americani stanno chiedendo aiuto agli iraniani, good job!
Sostituire Saddam con degli sciti integralisti, bel lavoro davvero!
Non riesco a spiegarmi bene quale componente irrazionale, se quella della follia, oppure quella del delirio di onnipotenza o quella dell' ingordigia oppure quella dell' idiozia allo stato puro, si trova oggi a essere maggioritaria e prevalente nella poltica dell'amministrazione usa.
E suprema ipocrisa, la casa bianca, per bocca, ma direi culo, di un suo altro funzionario ha dichiarato che Quattrocchi è morto per la causa della libertà";
sappiamo tutti che chi sceglie quel lavoro non ha alcun bisogno di denaro ma lo fa per realizzare gli ideali in cui crede, suppongo infatti che Oriana e Redmoon siano già partiti.
E quella scimmia ammaestrata di b. a leccar loro il culo al guinzaglio;
che qualcuno gli abbia confidato che Saddam era un comunista?
Mi rendo conto di degenerare ma sentire quella iena bavosa di Gasparri vomitare sentenze per radio come fosse un esperto, dopo aver sentito un lancio di agenzia annunciare pomposo che b, in vacanza dalla sua villa in sardegna, ha spedito immediatamente in loco il suo consiglere diplomatico personale (che paga lo stato) mi deprime e mi fa crescere dentro una furente rabbia fredda.
Magari ci fossero le banane, il problema è che in questo paese ci sono solo fichi d'india, così commentò un articolo di giornale l'avvocato Agnelli in una delle sue ultime interviste.
Negli ultimi giorni ho sentito un mobilere che ha detto di aver fatto 4,5 miliardi di nero su poco meno di 10 di fatturato, è naturale poi sentirlo piangere quando i cinesi gli fanno concorrenza verso il basso e i tedeschi verso l'altro, se ruba all'azienda i soldi per la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione tecnologica necessarie e produrre uguale o poco peggio a molto meno oppure molto meglio a poco meno di ora, così come fanno in quasi tutto il resto del mondo.
Ho poi sentito un medico di quelli furbi lamentarsi dei soli mille euro che percepisce al mese di affitto per un suo stabile in centro di una cittadina rumena di 150000 abitanti, acquistata con il nero per soli 100 milioni, dice che a lui non fanno nè caldo nè freddo, andatelo però a dire a un insegnante, oppure a uno stesso medico, però ospedaliero, oppure anche a un qualunque impiegato di banca, che con poco di più deve sbarcare il lunario. a tutti questi dedico il resto dell'articolo, copiato di sana pianta e che condivido in pieno.
Povero Cavaliere
in che guai si è cacciato
di EUGENIO SCALFARI
FINO a tre giorni fa era ancora dubbio che la ripresa economica americana fosse realmente incominciata, ma ora quel dubbio si è fortemente attenuato anche se ancora è prudente attendere ulteriori conferme. Produttività, produzione, esportazione e prodotto interno erano infatti in aumento fin dagli inizi dell'anno mentre l'occupazione restava ostinatamente al palo. Gli ultimi dati, diffusi appunto tre giorni fa, ci dicono che finalmente anche la creazione netta di nuovi posti di lavoro ha fatto un deciso salto in avanti: le previsioni per il mese di marzo davano un modesto aumento di 110mila mentre il dato effettivo è stato di 308mila posti di lavoro. Wall Street ha festeggiato con un rialzo generale, le Borse europee hanno seguito con entusiasmo, con la differenza che per i titoli del mercato Usa le ragioni del rialzo erano lì, sotto gli occhi di tutti; per quelli europei invece non c'erano affatto.
Il vero problema per noi europei è ora quello di capire se la ripresa dell'economia americana funzionerà come locomotiva della ripresa europea ed entro quanto tempo. Se l'aumento della domanda Usa - e quindi anche delle importazioni di merci e servizi europei - durerà almeno per un paio d'anni i benefici arriveranno anche in Europa presumibilmente a partire dal 2005.
Quest'ipotesi è abbastanza probabile, ma quando si dice Europa si usa una definizione troppo generica. Bisogna dunque precisare: la ripresa Usa - sempre che duri almeno un biennio - avvantaggerà soprattutto i Paesi europei capaci di intercettare dal lato dell'offerta la maggior domanda americana di beni e di servizi. In termini sia di prezzi che di qualità.
Questa capacità è anche influenzata dal livello del cambio dollaro-euro. A sua volta questo livello dipende dalla politica dei tassi di interesse decisa dalla Federal Reserve di Washington e dalla Banca centrale europea di Francoforte.
Presumibilmente la Federal Reserve rinvierà ogni mutamento dei tassi fino alle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Da quel momento in poi è logico attendersi un rialzo e quindi un rafforzamento del dollaro sempre che la Bce non rialzerà a sua volta i tassi di Eurolandia.
Spingersi oltre queste ipotesi è troppo azzardato, ma quello che sembra probabile è che i Paesi europei meglio posizionati per agganciarsi alla ripresa economica Usa siano la Germania, la Francia e la Spagna mentre l'Italia è proprio quella il cui percorso è tutto in salita.
I dati, stimati da Prometeia, sono in proposito i seguenti: nel quinquennio 1998-2003 le esportazioni tedesche sono aumentate del 5.9 per cento, quelle francesi del 3.5, quelle spagnole del 5, la media europea ha segnato un aumento del 4.4. Le esportazioni italiane hanno guadagnato soltanto lo 0.7. Ma nell'ultimo biennio 2001-3 l'Italia è addirittura arretrata e le sue esportazioni sono diminuite del 3.9. Era dall'immediato dopoguerra che ciò non accadeva, cioè più di mezzo secolo fa. Il segnale, dovuto ad una drastica caduta della competitività italiana, è il più drammatico tra i tanti dati negativi che la nostra economia ha dovuto registrare in questi ultimi mesi.
* * *
Rischiamo dunque di essere tra i pochi Paesi, forse l'unico tra i membri del G7, che non riuscirà ad agganciare la ripresa economica americana.
Credo sia superfluo sottolineare la gravità di un rischio del genere che, allo stato dei fatti, ha non meno del 50 per cento di probabilità di verificarsi.
La domanda che a questo punto si pone è come sia stato possibile che un rischio di questo genere abbia potuto materializzarsi incombendo come una nuvola nera sulla testa degli italiani.
La risposta non è difficile perché sta nella politica economica seguita nell'ultimo triennio dal nostro ministro dell'Economia. Tremonti ha puntato tutta la posta su una sola carta: che la ripresa americana, dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street e dopo l'11 settembre 2001, si profilasse già nel 2002 e che il traino Usa potesse prendere agevolmente a rimorchio tutto il pesante treno europeo compreso il vagone di coda italiano.
Fiducioso in questa sua speranza e per di più fortemente limitato nei suoi spazi di manovra dagli impegni elettorali di abbattimento della pressione fiscale assunti dal suo "premier", il ministro dell'Economia ha fatto ricorso a una serie di provvedimenti-tampone per i quali ha un indubbio talento. Tra di essi soprattutto ha fatto ricorso sistematico ai condoni, agli anticipi di riscossione, ai posticipi di pagamenti dovuti, all'uso spregiudicato di anticipazioni bancarie sia con gli istituti di credito ordinari sia con la stessa Banca d'Italia e infine alla cartolarizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti pubblici.
L'ultimo di questi provvedimenti (cartolarizzazione) avrebbe avuto un senso se fosse stato interamente usato per ridurre l'enorme debito pubblico esistente. Gli altri sopra indicati potevano a loro volta avere un senso se "i fondamentali" dell'economia italiana fossero stati solidi e la pubblica finanza non fosse stata così rapidamente dilapidata. E se infine l'economia Usa fosse ripartita - come Tremonti prevedeva - nel 2002.
Purtroppo per lui, ma soprattutto per tutti noi, nessuno di questi presupposti era reale. La ripresa americana ha tardato due anni a materializzarsi. L'economia italiana ha accelerato il processo di deindustrializzazione già in corso da tempo nel settore della grande industria manifatturiera. La competitività complessiva del nostro sistema è precipitata agli ultimi posti della graduatoria internazionale. La finanza pubblica ha subito colpi assai duri dimezzando l'avanzo primario delle partite correnti che era stato lasciato in eredità dai precedenti governi. Il ritmo della spesa pubblica è aumentato. Le entrate tributarie sono state prosciugate dai condoni e dalle anticipazioni di gettito privilegiando la cassa senza alcuna attenzione alla gestione del bilancio. Le previsioni sull'aumento del Pil sono state volutamente falsificate per tre esercizi di seguito nell'inutile tentativo di nasconderne il reale andamento.
Insomma un disastro. Con il risultato ormai sotto gli occhi di tutti d'aver sbagliato previsioni, metodi, provvedimenti, arrivando mezzi morti ad un appuntamento decisivo al quale sarebbe stato invece necessario presentarsi con muscoli elastici e pronti a scattare.
Debbo aggiungere - ma non è un'aggiunta da poco - che a quell'appuntamento siamo arrivati con la pace sociale a pezzi e la concertazione volutamente distrutta a causa della dissennata politica del presidente del Consiglio e del presidente della Confindustria D'Amato, un'accoppiata che è stata il peggio che l'economia italiana potesse mai attendersi.
* * *
Per risollevare le sorti economiche e finanziarie da un così catastrofico bilancio il presidente del Consiglio, spalleggiato dal ministro dell'Economia ma frenato dagli altri suoi alleati, rilancia ora la vecchia idea dell'abbattimento delle tasse (correttamente dovrebbe dire delle imposte, ma forse ignora la sostanziale differenza tra queste due parole).
Non parla invece di abbattimento della pressione fiscale che è il dato che più interesserebbe. E non ne parla "pour cause". Nei primi tre anni del suo governo infatti (dati Istat) la pressione fiscale è aumentata invece di diminuire: ad una modesta diminuzione del carico fiscale nazionale ha fatto riscontro infatti un aumento pesante dei carichi comunali, provinciali, regionali. Sicché, dopo tanto promettere, la pressione fiscale è passata dal 42,2 del 2001 al 42,8 del 2003, ultimo scorno delle promesse non mantenute.
Comunque: abbattimento delle tasse (imposte) e tra queste soprattutto dell'Irpef, cioè dell'imposta personale sul reddito a giusta ragione ritenuta la voce elettoralmente più accattivante.
Stando alle promesse fatte nel 2001 a quest'ora la riforma fiscale berlusconiana avrebbe dovuto già essere un fatto compiuto. Il costo complessivo fu allora stimato (temo per difetto) in 30 miliardi di euro, 60 mila miliardi di vecchie lire. Invece, come si dice, siamo ancora a "carissimi amici". Il presidente del Consiglio, che vuole dare una scossa all'economia, si accontenta ora di uno stralcio: secondo lui uno scampolo di 6 miliardi di euro (13 mila miliardi di lire) dovrebbe essere messo quanto prima nelle tasche degli italiani per rilanciare i consumi e di qui far ripartire tutto il sistema attualmente inceppato.
* * *
Mi sbaglierò, ma personalmente non credo affatto che sei miliardi di euro rappresentino una dose d'urto capace di rivitalizzare il sistema. Nella situazione attuale, con le esportazioni in declino, con crack industriali di proporzioni ben altrimenti ingenti, con una "stagflation" preoccupante e con una produzione industriale in calo da tre mesi consecutivi, non creeranno nessuna onda d'urto.
Ma, paradossalmente, creeranno invece seri problemi di copertura e scateneranno vere e proprie risse sociali per quanto riguarda la ripartizione dei (modesti) benefici.
La copertura. Può esser fatta mandando il bilancio ancora più in disavanzo e fidando nel fatto che la crescita dell'economia ricostituisca quanto prima un decente equilibrio. Francamente non credo che questa strada sia percorribile. La Commissione di Bruxelles ha già avvertito che l'Italia si sta avvicinando pericolosamente a superare la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil e quindi deve fermarsi finché in tempo. Berlusconi e Tremonti hanno ieri risposto insultando la Commissione e il suo presidente.
Non mi pare un buon metodo.
Certo se avessimo un bilancio in ordine e l'unica falla da chiudere fossero i sei miliardi del "bonus" fiscale, la copertura non sarebbe un problema, ma le cose come sappiamo non stanno così: ci sono riforme senza soldi (sanità, scuola); ci sono spese correnti emergenti, ci sono entrate "una tantum" non più ripetibili. I sei miliardi del "bonus" si aggiungono. Il totale si colloca in un ordine di grandezza di almeno 40 miliardi di euro. Con un Pil che stenterà a raggiungerà nel 2004 un aumento dell'1.5 per cento, a legislazione invariata siamo già a oltre il 4 per cento rispetto ai parametri del patto di stabilità europeo. Che dovrebbe fare la Commissione di Bruxelles? Mettere la testa sotto terra come uno struzzo per non vedere e dimenticarsi che il debito pubblico italiano è il doppio di quanto consentito dal Trattato di Maastricht?
La distribuzione dei benefici. Se si prende in parola quanto detto in questi giorni dal presidente del Consiglio, i sei miliardi di "bonus" saranno distribuiti a tutti i venti milioni di contribuenti a partire da quelli con redditi al di sopra di 7500 euro annui.
Dividendo la cifra per il numero dei contribuenti si ottengono 300 euro annui di minor peso fiscale per ogni contribuente. "Non è la felicità ma aiuta" ha detto Tremonti. Ben detto, signor ministro, non è la felicità. E' un piccolo aiuto, un aiutino.
Ci pensate? Trecento euro l'anno a venti milioni di persone. Che cosa ci faranno? Li spenderanno? Come li spenderanno? Mistero. Secondo me non se ne accorgeranno neppure. Se volete qualche illuminante confronto pensate che il crack Parmalat, da solo, ha bruciato dieci miliardi di euro e forse più, cioè di risparmi e/o depositi. E pensate che l'inflazione, limitatamente ai generi di prima necessità cioè alimentari e canoni di affitto, viaggia non già al 2.3 della media generale ma al 4. 8 (stime ufficiali).
L'aiutino del "bonus" da 300 euro non arriva nemmeno a compensare il rincaro delle merci di più largo consumo che tra l'altro non hanno alcuna capacità di essere una leva efficace per il rilancio sostanziale della domanda.
Naturalmente si possono seguire altri criteri di ripartizione dei benefici. Per esempio si può concentrare tutto sui contribuenti del ceto medio, quelli con redditi tra i 10 e i 30 mila euro annui. Sono in tutto quattordici milioni di contribuenti.
Distribuendo i sei miliardi tra questa platea di reddito si ha un bonus da 450 euro a testa. E gli altri?
Staranno a guardare senza fiatare? Strilleranno tutti come aquile, i poveri e i ricchi, chi il "bonus" non l'avrà ma anche chi lo avrà preso. Per di più, se la copertura non sarà fatta correttamente, le agenzie di rating ci abbasseranno la qualifica con ripercussioni immediate sui tassi d'interesse bancari e sull'onere del debito pubblico. E allora non sarà pioggia ma grandine.
Povero Tremonti. E soprattutto povero Berlusconi. Ha già tante spese personali per appiccicare un mare di manifesti con quel suo eterno e radioso sorriso. Chi gliel'ha fatto fare di impelagarsi in questo procelloso mare delle tasse (imposte)? Secondo me ne uscirà con le ossa rotte, ma, (lo ripeto) quel che è peggio, con le ossa rotte ci ritroveremo tutti noi.
(4 aprile 2004)
Pare una categoria abusata, eppure è quantomai attuale, nelle variegate sfaccettature che tale argomento implica, a tutti i livelli.
Posso citare due esempi emblematici di come stanno le cose per come la vedo io, nel primo caso ho osservato che quella bancaria è una barzelletta se riesco io che non sono nessuno ad avere con relativa facilità informazioni, o non-informazioni comunque significative, al riguardo di persone sia fisiche sia giuridiche semplicemente domandando per favore.
Per non parlare di quella telefonica, al contrario di quanto ritengono alcuni gonzi che si illudono di poter giuocare a piacere solo celando il proprio numero. Telecom memorizza tutto e consegna ricchi tabulati a forze dell'ordine e magistratura, ma con una semplice richiesta ben indirizzata ho visto possibile di persona quanto facile è identificare una telefonata anonima tramite l'ora di ricezione che rimane memorizzata, con attaccata utenza, provenienza etc, etc.
Prendendo in prestito una strofa della nota canzone di De Gregori, mi vengono in mente per similitudine i quattro coatti che attualmente rappresentano in-degnamente la lega nella quotidiana canea sollevata per darsi in modo miserevole un po' di visibilità: Cè, Calderoli, Castelli e Maroni.
Bossi, la privacy e il dovere della chiarezza
La malattia e la trasparenza
di Stefano Folli
Da settimane c’è un ministro della Repubblica in gravi condizioni di salute. Intorno a lui il cerchio della solidarietà e della simpatia va molto al di là dei voti raccolti dal suo partito, la Lega. Si capisce perché. Non è solo il senso di umana pietà verso chi lotta contro la morte o una grave menomazione. C’è dell’altro. Umberto Bossi è un personaggio vero, capace di cogliere umori e malesseri di un pezzo d’Italia reale. Molti lo hanno amato e tanti lo hanno avversato negli anni in cui ha svolto un ruolo di protagonista nello psicodramma nazionale. Spregiudicato, ma leale. Aspro, insopportabile, irridente: ma autentico, intuitivo, capace di progetti. Il che, con i tempi che corrono, è cosa rara. Lui che ha inventato la Lega come anti- partito, ha fatto politica in modo antico: ruvido, anche volgare, ma in sintonia con le piazze e i villaggi più che con gli uffici di marketing. Uomo di destra? Di sinistra? Chissà, occorrerebbe domandare a D’Alema e a Berlusconi, che in tempi diversi sono stati sedotti dal padano, e in seguito lasciar riflettere gli storici.
Poi c’è stato il Bossi della seconda fase, quella del relativo declino. Lo ha descritto bene Ilvo Diamanti, studioso di prim’ordine: a metà degli anni Novanta, « il baricentro dell’azione politica della Lega diventa il governo romano, nel quale mira a ricavare risultati concreti e simbolici: leggi sul federalismo e sull’immigrazione, posti- chiave nel sistema dell’informazione e dell’educazione. In questo modo la Lega, indebolita nel suo territorio, cerca di guadagnare consensi nel Nord agendo a Roma, come una lobby » .
Qui si è vista la qualità del capo, sempre più attore unico del suo show.
Lo abbiamo criticato, talvolta duramente, per le sue posizioni. Ma sarebbe stato impossibile sottovalutarlo o non vedere la sua intelligenza che proprio le strettoie hanno esaltato. Il sodalizio con Giulio Tremonti, ad esempio, in cui entrambi hanno messo qualcosa ( uno l’abilità politica, l’altro lo spessore tecnico), ha dato il segno alla legislatura nel bene e nel male. Fino al giorno in cui Bossi è caduto nel buio.
E ora? Ora ci si augura che la fibra dell’uomo sia forte e che abbiano ragione la famiglia, gli amici e il presidente del Consiglio quando annunciano « segni di ripresa » . E’ la speranza comune, perché tutto sarebbe più arido senza Bossi e le sue astute follie.
Difficile immaginare, del resto, che la Lega, priva del suo leader, possa sopravvivere come l’abbiamo conosciuta. Personaggi in grado di rilevare il carisma di Bossi ovviamente non ce ne sono, ma forse nemmeno di tenere unito il partito e di assicurargli una guida ordinaria senza trasformarlo in ceto politico. L’unica eccezione sembra essere Roberto Maroni, ma nessuno può vedere nel futuro.
Su un punto è bene essere chiari.
Che si voglia usare a fini elettorali l’emozione per la malattia di Bossi è comprensibile e persino legittimo. Ma non è conciliabile con la volontà di mantenere il mistero sulle reali condizioni dell’infermo. Bossi non è una persona qualsiasi. E’ un personaggio di spicco, un ministro in carica, addirittura un potenziale capolista della Lega alle elezioni europee ( e in tal caso dovrebbe essere in grado di firmare di suo pugno la candidatura). Negli Stati Uniti la salute dei governanti è sottoposta al vaglio costante dell’opinione pubblica, attraverso i mezzi d’informazione. Lì non sarebbe neanche concepibile una malattia grave senza continui bollettini medici. La riservatezza vale solo per i privati cittadini. Sarebbe opportuno che il governo e la Lega avvertissero l’esigenza di adeguarsi alla stessa trasparenza. Anche forzando i sentimenti umanissimi della famiglia, per quanto doloroso sia. L’alternativa è ammettere che Bossi non può più essere un protagonista della vita politica. E tanto meno elettorale.
Propongo una petizione popolare per la sostituzione in parlamento di quel triste manipolo leghista con i Pitura Freska, che penso non pochi ritengano assai meglio rappresentare i nostri nteressi, considerata anche la miserrima prova che la lega ha dato di sè nel momento in cui ha avuto qualcosa da amministrare.
Il comizio a Montecitorio
di GIORGIO BOCCA
I leghisti occupano la Camera dei deputati e inveiscono contro Roma ladrona. Tumulti, espulsioni, tafferugli, onorevoli indignati e onorevoli e magari ministri come Giulio Tremonti che sorridono agli eversori, onorevoli sospesi che si imbavagliano, onorevoli della Lega che danno del fascista al vicepresidente della Camera Fiori, onorevoli varesotti o bergamaschi che alzano cartelli su cui sta scritto "Mai molè. Tegn dur". Come la definiamo questa gazzarra? "Squadrismo fascista antiparlamentare", dice il capogruppo della Margherita Pierluigi Castagnetti o "una deprecabile intemperanza verbale" come corregge il vicepremier in doppiopetto Gianfranco Fini. Diciamo più semplicemente un esempio di una campagna elettorale di bassissimo livello dove tutti cercano di apparire anche a costo di contraddirsi in modo plateale, demagogico, scombinato.
Materia del contendere? La vendita di edifici pubblici o cartolarizzazione come la chiamano che fa parte dell'assalto allo Stato e ai suoi beni perseguito con metodo e tenacia dall'attuale governo. Dicono bene i leghisti quando definiscono questo un provvedimento pessimo, ma fanno della demagogia nordista quando ne parlano come di "un regalo a Roma ladrona e sprecona, un regalo alle lobby romane".
Il sottogoverno che si pratica a Roma è, come tutti sanno un sottogoverno nazionale a cui partecipano i palazzinari e gli affaristi di tutte le Regioni. Sono milanesi quelli che nel giro di due anni hanno messo assieme un gigantesco "real estate" immobiliare, emiliani gli altri che fanno fortuna sulle grandi opere, o i genovesi che commerciano l'acciaio, tutti dentro i marchingegni adoperati nel fallimento Parmalat o in quello Cirio, la complicità fra affaristi e politici nel comune scacco dello Stato.
La Lega che era nata come reazione dura e pura alla corruzione dei partiti, alle loro burocrazie avide, nel giro di pochi anni ha creato i suoi feudi, le sue zone di interesse come l'aeroporto della Malpensa dove le assunzioni, le carriere, gli appalti dipendono in gran parte dai suoi grandi elettori. Il motto lombardo "Mai molè. Tegn dur" può esser così tradotto: non ci faremo mettere fuori dal grande banchetto, grideremo, ricatteremo, faremo confusione, fingeremo di essere eversivi perché sappiamo che i nostri avversari hanno lunghissime code di paglia.
La storia politica della Lega sta tutta nella finta eversione bertoldesca, nel suo finto e impossibile separatismo, nei continui attentati all'unità del Paese e all'esercizio della democrazia, velleitari e inconcludenti: la costituzione di una guardia padana che però non arriva mai allo squadrismo, la creazione di istituzioni nordiste come il parlamento di Mantova, la scuola, lo sport e persino le miss che oscillano fra il velleitarismo e il folklore. Un localismo ambiguo che si dichiara nemico del parlamentarismo nazionale e ci campa sopra, che grida Roma ladrona e partecipa ai privilegi e agli appalti, una ripetizione anomala pittoresca di quello che fu nel periodo democristiano il ruolo dei piccoli partiti laici che raccoglievano le briciole del potere e quanto bastava per sopravvivere.
C'è una melanconica comicità nello spettacolo degli onorevoli democratici indignati se il dentista bresciano Cè, il Farinacci del Carroccio, insulta la città di Roma e si ribella alla disciplina parlamentare. Come se questa non fosse una sceneggiata che si è ripetuta negli anni: dagli insulti ai giudici che si permettevano di perseguire le violenze leghiste, all'appoggio ai "serenissimi" scalatori del campanile di San Marco, alla continua apologia di reato di sindaci come quello di Treviso. Questa Lega dura e pura è diventata negli anni una compagna di strada della partitocrazia che voleva distruggere.
Quanto alle ragioni tattiche che spingono i dirigenti leghisti a questo attivismo fragoroso si può supporre che la malattia del loro leader Bossi li abbia gettati in uno smarrimento, in una angoscia di sopravvivenza che pensano di coprire, con l'oltranzismo verbale. Ma è un rimedio di cortissimo respiro, la Lega non ha progetti credibili, è fuori dai grandi giochi della politica, da quelli europei come da quelli atlantici, dalla rivoluzione tecnologica, come dalla lotta al terrorismo, dal rilancio dell'economia come dalla crisi dello Stato sociale.
In questo gioco contorsionista si è arrivati al colmo del ribelle Cè che dichiara alla stampa: "Non siamo dissennati, votiamo la fiducia al governo. Condividiamo alcune cose fatte dalla Casa delle Libertà. C'è ancora in ballo il federalismo". Povera Italia!
Però uno che cita, pur se in mezzo a tante sciocchezze, Gaber e De Andrè, deve per forza avere qualcosa di buono dentro, visto che mi induce a sognare....
Dedicata a don Alberto Khoraiche
singolare e straordinario prete nipote del patriarca maronita del Libano
conosciuto a Roma all'epoca di codesto album che definiva bellissimo
e morto a Beirut falciato da una sventagliata di mitra.
Era uno che anche senza volerlo e senza accorgersene faceva politica.
Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata a farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta
non splalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure
a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"
non son riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.
E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio
ti regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,
digli che il potere io l'ho scagliato dalle mani
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l'amore
alle carezza dell'amore
era facile ormai
non sei riuscita a combiarmi
non ti ho cambiata lo sai.
Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,
ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi
sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.
Ma senza che gli altri ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continueri ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l'amre per amore
o per avercelo garantito
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.
Te lo do io Giorgio Gaber, e intanto ti accontento subito parlando di sesso nel senso che tu che devi essere o un sublime cazzeggiatore oppure un comune cazzone visto il frullato di contraddizioni che ti gira per la testa.
"Quindi è meglio parlare di cultura, musica, letteratura, pittura, scultura, cinema, teatro, poesia, astronomia, geofisica, scienze, sesso, psicologia, filosofia, sport": ma tutte sono politica.
E se parlassimo di giustizia: hanno visto Castelli saltare ritmando"Chi non salta, italiano è": bene.
A proposito di saltare, parliamo di Spagna, oppure di Marocco, sono casa nostra mi pare, mica una lontana, esotica e fantastica Bagdad, culla della fiabe che leggevamo da bambini: ma non si può, è politica.
Oppure vuoi parlare di scuola, ho vitso ieri i programmi futuri della scuola che frequenterà mio figlio: una meraviglia, benissimo; ma accidenti è politica anche questa.
O se preferisci parliamo di sanità dove un mio parente preso tardi e male da un arresto cardiaco si è giocato mezzo cervello: ma hai ragione non parliamo di politica.
Oppure parliamo di tutte le aziende che non battono un chiodo, sono stato stasera dai sindacati e non ti dico che aria tira, molto meglio non fare politica in questa sede, hai ragione, basta.
Oppure parliamo pure di Ipaq, ma non nel senso di quei cretini che ci si fanno i pipponi ma di quelli che servirebbero in ospedale, collegati a sistemi di rete senza fili per vedere (in unità coronarica ad esempio) al volo la cartella clinica di un paziente: ma hai ragione forse è politica anche questo.
Allora parliamo di forestieri, anzi di tutti quei extracomunitari che popolano il mio quartiere: forme letterarie e antiquate? Mi pare bestemmino con più vigore e padronanza degli indigeni, ti invito a fare un giro con me a piedi: ma forse è politica anche questa, meglio lasciar perdere.
La severità è un antibiotico contro la cialtroneria: bene, da chi e con quale dose cominciamo, direi di partire da me che sono un incontinente rompiballe, e anche te ne dovresti assumere dosi massicce insieme a quel cretino di Zoroastro del commento idiota di cui avrei piacere di conoscere il pusher per capire quali sostanze assuma: ma senza accorgermene mi rendo conto di stare scivolando di nuovo in politica, meglio cambiare argomento.
Parliamo allora di matrimoni prolungati e scarso sesso, non vedo come possa interessarti .....(visto che sei di buon umore)
Ma hai di sicuro ragione quando proponi una poesia, forse non ci rimane altro.
Visto che il tentativo di alleggerimento svolto a 1/2 cazzeggio, non vi ha smosso più di tanto, beccatevi l'articolo di Pansa, che se avessi soldi farei stampare a spese mie per tappezzarne le città.
IL CASO
Quando l'Italia
scoprì l'antipoltica
di GIAMPAOLO PANSA
Il cappio del leghista Orsenigo
Quando Silvio Berlusconi ha sbraitato contro i politici di professione
che rubano e si fanno le ville al mare, la casa in montagna e pure la
barca, mi sono detto che questa invettiva l'avevo già sentita. Ma dove e
da chi? Poi la memoria mi ha riportato a un giorno di sedici anni fa, il
15 luglio 1987. All'Eur di Roma era stata convocata l'Assemblea
nazionale socialista. Nel Psi avevano visto levarsi una ventata
passeggera di moralismo. E Craxi aveva promesso di ripulire il partito
non con la scopa, bensì con la spada.
All'inizio della seduta pomeridiana del 15 luglio, venne data la parola
a Enzo Mattina, 47 anni, di Buonabitacolo (Salerno), già segretario
confederale della Uil e in quel momento deputato europeo. Di fronte a
una sala vuota, presenti soltanto qualche sentinella delle agenzie e un
paio di inviati, compreso il sottoscritto, Mattina si abbandonò a uno
sfogo accorato e furente.
Rivolto alla sedia vuota di Craxi, Mattina disse: "Caro Bettino, se non
vogliamo soltanto fare delle parole, dobbiamo affrontare la questione
morale prima di tutto dentro il nostro partito".
Poi aggiunse: "Diamo un'occhiata alle denunce dei redditi di molti
nostri compagni, parlamentari e dirigenti. Con i redditi che vengono
dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello
medio-basso. Invece che cosa vediamo? Vediamo molti quadri del partito
con case lussuose, magari pacchiane, ma lussuose. Con yacht da centinaia
di milioni. Con ville al mare, ville in montagna, ville in collina. Con
apparati personali costosissimi. Che cosa dobbiamo concludere? Che siamo
tutti ereditieri? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? Ma è possibile
che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti di partito?".
- Pubblicità -
Non ricordo più se Mattina disse "di partito" o "del nostro partito". Ma
la sostanza non cambiava. Era antipolitica, quella? O invece, come
penso, la denuncia onesta di un cancro che aveva già cominciato a
divorare il terzo partito italiano e non da solo? La nomenklatura del
Psi alzò le spalle davanti all'intemerata, parole in libertà, aria tra i
paracarri e basta. E poi chi era, questo Mattina? Un sindacalista
demagogo.
Un principiante che non conosceva l'Abc della politica. Un qualunquista.
Un sabotatore del Garofano, che pure l'aveva mandato al Parlamento
europeo. Che invece di parlare di programmi, di leggi, di meriti e
bisogni, diffamava i compagni. Soprattutto quelli cresciuti nelle
trincee fangose delle sezioni, del tesseramento, delle competizioni
elettorali. Insomma, i benemeriti professionisti del partitismo.
Quelli di cui Craxi diceva: "Il più stupido di loro sa suonare il
violino con i piedi" .
Passò del tempo. E dentro il Psi si continuò a trattare come cani in
chiesa quei pochi compagni che chiedevano pulizia e moralità. Voglio
ricordarne uno, di seconda fila: Pino Cova, già segretario della Cgil a
Milano, poi consigliere comunale, supporter di quel galantuomo di
Giorgio Ruffolo.
Insisteva di continuo sull'onestà politica, sulle mani nette. Così, a un
certo punto, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino e sindaco di Milano,
cominciò a sbeffeggiarlo chiamandolo "Mastrolindo" .
Poi, nel febbraio 1992, quasi cinque anni dopo l'urlo di Mattina,
cominciò il terremoto di Mani Pulite. A Milano cadde il Muro di Bettino,
ossia il sistema di potere imperniato sulla Sacra Famiglia, come gli
stessi socialisti definivano il giro craxiano. Quindi pure la Balena
Bianca democristiana s'incagliò nelle secche di San Vittore. Infine
toccò al Pds ambrosiano. E uno sconvolto Achille Occhetto si precipitò a
Milano per convincere i compagni che lui non sapeva niente di niente.
Bettino Craxi
Mani pulite fu tante cose, tutte positive. E fu anche, per quel tempo,
l'espressione massima dell'antipolitica. Intendo la spinta contraria
all'unica politica che allora esisteva e contava: quella sfornata dai
partiti della Prima Repubblica. Niente girotondi. Niente Internet. Quasi
niente associazioni di oppositori dell'andazzo imperante (a Milano
ricordo soltanto "Società civile" di Nando dalla Chiesa). Zero
no-global. Zero marce di liberi pensatori. Ma il troppo del partitismo
aveva stroppiato. L'italiano qualunque era pieno di rabbia contro i
professionisti della politica. Anche contro quelli onesti che non
avevano il coraggio di denunciare i vicini di banco corrotti. E i
procuratori della Repubblica apparvero gli angeli vendicatori della
gente, come si disse poi, vessata dall'arroganza e dalla voracità di
tanti don Rodrigo annidati nel sistema repubblicano.
In quel mare infuriato inzupparono il pane anche parrocchie politiche
che oggi rognano nel sentire il Berlusconi moraleggiante. Il 13 maggio
1992, giorno d'inizio delle votazioni per il nuovo presidente della
Repubblica, in piazza Montecitorio i Verdi lanciarono mazzette di
centomila lire, fotocopiate. Una di queste centrò in pieno il dc Arnaldo
Forlani, tirato e livido, con un grugno da museo delle cere. Sulla
facciata della Camera troneggiava un cartello affisso dal missino
Filippo Berselli, da Bologna: "San Vittore" . Poi, dentro il palazzo,
apparvero le prime manette.
Erano manette vere, ridipinte di nero. Le portava alla cintura un altro
deputato missino, Carlo Tassi, da Piacenza. Il Tassi si presentava
sempre alla Camera vestito come i suoi antenati nel ventennio: sahariana
nera, camicia nera, cravatta nera, brache nere. Adesso la divisa era
integrata dall'optional dei ferri carcerari. Queste manette il Tassi le
esibiva. Le faceva tintinnare.
Le esponeva, luccicanti, al sole di maggio nel corridoio dei Passi
Perduti. Ma le manette le aveva portate anche un deputato verde, Stefano
Apuzzo, da Napoli. Lui le scaraventò sullo scranno di un allibito
Pillitteri.
In quei giorni, l'antipolitica in piazza si materializzò a Milano nei
primi cortei pro-Mani Pulite. Trionfò subito una canzonaccia, dedicata
al giovane Bobo Craxi, sull'aria di un vecchio motivo, "Ma Pippo Pippo
non lo sa" .
Faceva cosi: "Ma Bobo Bobo non lo sa / che Mario Chiesa ruba in tutta la
città / Ruba di qui / ruba di là / e porta tutto al suo papà!" . In
attesa del nuovo presidente della Repubblica, il Transatlantico risuonò
di altri slogan scanditi in quel corteo ambrosiano: "Trussardi / disegna
/ la collezione / per i compagni / che stanno in prigione" , "Sono
finiti / i Ceausescu in Romania, / finiranno / i Craxi in Lombardia" .
Infine arrivò l'anno del cappio. Fu un'invenzione del partito che allora
esprimeva il massimo dell'antipolitica: la Lega di Umberto Bossi. Il 16
marzo 1993 lo espose nell'aula di Montecitorio un deputato leghista. Era
Luca Leoni Orsenigo, da Cantù, 31 anni, un marcantonio che in quel di
Merone aveva un negozio di attrezzature per la ricetrasmissione. Cappio
vero. Da forca in piazza. Di corda robusta. Urla di reazione. Rissa.
Rabbia del presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il capogruppo
leghista, Marco Formentini, incitava a gridare: "Mafia, mafia, mafia!" .
Poi i deputati della Lega uscirono dall'aula formando un trenino,
soffiante scherno e improperi.
Trascorse un anno e mezzo. Berlusconi scese in politica. E trovò, belli
come il sole e pronti all'incontro, proprio i missini delle manette e i
leghisti del cappio. La campagna elettorale 1994 del Cavaliere fu
giocata tutta sull'antipolitica. Sua Emittenza presentò se stesso come
l'esatto contrario dei figuranti espressi dal partitismo. L'uomo del
fare. L'imprenditore vincente. L'italiano che aveva inventato la tivù
commerciale.
Il presidente del Milan campionissimo.
Gli avversari erano dei paria da rifiutare. Anche nei faccia-a-faccia
elettorali. Il 9 marzo 1994, giorno del suo primo tour nel collegio di
Roma Centro, il Cavaliere disse subito di no al confronto con il
candidato progressista, Luigi Spaventa, ministro del Bilancio. Sentite
questo Silvio sprezzante-ridanciano: "Spaventa? Spaventa chi? Spaventa
non mi spaventa. Spaventa mi fa ridere. Spaventa prima faccia quello che
ho fatto io. Crei un gruppo come il mio. Vinca un po' di coppe. E poi si
ripresenti!" .
Quell'anno, Berlusconi vinse cavalcando il vento di Mani Pulite. Con
un'operazione antipolitica paradossale: dare addosso al vecchio
partitismo e accogliere in Forza Italia i naufraghi della Dc e del Psi.
Rimettendoli all'onor del mondo, con seggi in Parlamento e incarichi nel
suo nuovo partito.
Del resto, pure lui apparteneva all'antico sistema, ne aveva goduto i
vantaggi e gli aiuti. Ma era anche un mago del travestimento. Il trucco
gli riuscì.
L'unico colpo fallito fu quello di portare nel suo governo nientemeno
che Antonio Di Pietro. Lo voleva (così sostenne) come ministro
dell'Interno.
Dieci anni dopo, Berlusconi mette in scena lo stesso inganno. Adesso che
affonda nella palude di una politica fallita e di un governo
inconcludente, i suoi spin-doctors gli consigliano di rimettersi i panni
dell'antipolitico. Ma forse non esistono né esperti di comunicazione né
consigli. Il Cavaliere è un formidabile fiutatore di vento. Sa che
l'italiano medio è incazzato nero. Per il carovita. Per le tasse che non
sono scese. Per il risparmio gabbato. Per i giovani senza lavoro. Per il
paese ingovernato. Silvio dovrebbe dire: la colpa è mia. Invece grida:
la colpa è dei politici professionali, compresi i miei alleati. Parolai,
nullafacenti e ladri. Dovete fidarvi soltanto di me. Che sono uguale a
voi: alla gente che lavora! Attenti a sottovalutarlo. La sua mossa è
astuta. Andate nei bar, sui treni, nei mercati rionali, allo stadio.
Sentirete dire: "Berlusconi non ha mica pisciato del tutto fuori dal
vaso" .
Non sarà semplice far passare un'opinione contraria. E spiegare che la
sua mossa non porterà a nulla. Perché dopo l'antipolitica, un mestiere
da cicale, sarà inevitabile tornare alla politica, mestiere da formiche.
Ma l'Italia ama le cicale o le formiche? Questo è il problema.
(25 febbraio 2004)
Alcuni documenti del SISDE rivelati recentemente confermano che, dopo le affermazioni del presidente del consiglio, secondo cui la civiltà occidentale è superiore a quella islamica, Bin Laden diede ordine di organizzare un attentato aereo in Italia.
Due terroristi, provenienti da un Paese del Medio Oriente, arrivarono a Napoli con la ferma determinazione di eseguire "il castigo di Allah per gli infedeli
italiani".
Ecco la storia e l'itinerario dei due terroristi una volta giunti nel nostro
Paese:
Domenica ore 23:47: arrivano all'aeroporto internazionale di Napoli, via
aerea dalla Turchia; escono dall'aeroporto dopo otto ore perché gli
hanno perso le valigie. La società di gestione dell'aeroporto non si
assume la responsabilità della perdita ed un impiegato consiglia ai
terroristi di provare a ripassare il giorno dopo: chissà, con un po' di
fortuna...! Prendono un taxi. Il taxista (abusivo) li guarda dallo
specchietto retrovisore; e vedendo che sono stranieri, li passeggia per
tutta la città, durata un'ora e mezza. Dal momento che non proferiscono
lamentela, neanche dopo che il tassametro raggiunge i 274,00 euro,
decide di fare il colpo gobbo: arrivato alla rotonda di Villaricca, si
ferma e fa salire un complice. Dopo averli derubati dei soldi e coperti
di mazzate, li abbandonano esanimi nel Rione 167. Lunedì ore15:45:
arrivano all'aeroporto di Capodichino con la ferma intenzione di
dirottare un aereo per farlo cadere sulle torri dell'Enel del centro
direzionale.
I piloti ALITALIA sono in sciopero; Stessa cosa per Ii controllori di
volo. L'unico aereo disponibile che c'e in pista e uno della MARADONA
AIR con destino Sassari ed ha 18 ore di ritardo...gli impiegati ed i
passeggeri sono accampati nelle sale d'attesa... intonano canti
popolari...gridano slogan contro il governo ed i piloti! Arrivano i
celerini... cominciano a dare manganellate a destra e a manca, contro
tutti...si accaniscono in particolar modo sui due arabi.
Lunedì 22:07 A questo punto, i terroristi discutono se farlo oppure
no...non sanno più se, distruggere Napoli con un atto terroristico o
un'opera di carità. Lunedì 23:30 Morti di fame, decidono di mangiare
qualcosa al ristorante dell'aereoporto ...ordinano panino con la
frittata ed impepata di cozze. Martedì 04:35 In preda ad una
salmonellosi fulminante causata dalla frittata, finiscono all'ospedale
San Gennaro, dopo aver aspettato tutta la notte nel corridoio del pronto
soccorso. La cosa non sarebbe durata più di un paio di giorni, se non
fosse subentrato un sospetto di colera dovuto alle cozze.
Domenica 17:20 dopo dodici giorni esconodall'ospedale e si trovano nelle vicinanze dello stadio San Paolo. Il Napoli ha perso in casa con il neopromosso Palermo, per 3-0 con due rigori assegnati alla squadra siciliana dall'arbitro Concettino Riina da Corleone. Una banda di ultra della "MASSERIA CARDONE", vedendo i due arabi scuri di carnagione, li scambia per tifosi del Palermo e gli
rifila un'altra caterva di legnate. Il Capo degli ultra è un tale
"Ciccio o Ricchione" che abusa sessualmente di loro. Domenica 19:45
finalmente, gli ultra se ne vanno. I due terroristi decidono di
ubriacarsi (una volta nella vita, anche se e peccato!). In una bettola
della zona portuale gli rifilano del vino adulterato con metanolo e i
due rientrano al San Gennaro per l'intossicazione. Gli viene anche
riscontrata la sieropositivita' all'HIV (Ciccio non perdona).
Martedì 23:42 I due terroristi fuggono dall'Italia in zattera con
direzione Libia, cagando per tutto il percorso, semiorbi per il metanolo
ingerito e con una dozzina di infezioni e il virus HIV. Giurano su Allah
che non tenteranno mai più nulla contro il nostro amato Paese; gli
attentati preferiscono farli negli Stati Uniti.
Fantasie a parte, trovo proprio turpe che quell'ignobile parassita, dopo averla illusa, vada in tv a umilare la parte più sana del paese, intendo quella a reddito fisso, con la storia di sua madre che al mercato, prima di acquistare, gira prima le bancarelle di dx e poi quelle di sx per confrontare i prezzi e scegliere meglio.
Giusto e poi a casa se non la piace la sbobba di mamma rai è padronissima di andare a vedere cosa c'è su mediaset, quando si dice la liberta!
Annovero tra i miei conoscenti e amici numerosi medici ospedalieri, quelli a stipendio fisso, categoria una volta quasi benestante e che ora si trova a dover fare i conti con molta attenzione, figuriamoci tutti gli altri.
Mentre l'illusionista ci fa la predica in tv quando lui gode di una rendita di posizione, la pubblicità che le aziende sono costrette a fare in regime di quasi monopolio e che a noi poi costa ben più del canone rai, sfruttando una risorsa di tutti, l'etere, da lui accaparrata con i sistemi e i metodi che voi tutti ricorderete.
Ditemi ora se sono un comunista.
Giro quanto ho letto altrove e mi ha fatto pensare.
Non si capisce perchè nessun mezzo di informazione, nessuno escluso, non rammenti una solare realtà: E' DA DUE ANNI E MEZZO IN ITINERE L'ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA DELLA P2. Segnatamente:
Depotenziamento dei sindacati, magistratura sottoposta al potere esecutivo, presidenzialismo autoritario con svuotamento dei poteri del parlamento (si farà!!), controllo totale dei mezzi di informazione. E vai!
Finché l'italiano medio sarà così mediocre come ora, tipi come berlusca la faranno da padrone, potendoli facilmente manovrare con le Tv. Ad esempio, qualcuno ha notato che ora sono riuscite "le foibe"? Tali argomenti, anche giusti ma usati in maniera strumentale (vedi dossier Mitrokin) riescono a far colpo sulle molte menti semplici e convincerle della incombente minaccia comunista, e quindi a racimolare un po' di voti di gente sprovveduta. Ora si parla anche, parole di b., di comunisti "dentro" anche in assenza di cominismo, incredibile.
Diamo prima da mangiare al cervello.
Noi invece paghiamo la sanità e i nostri figli la scuola a quelle belle facce di bronzo, talvolta esibizionisti e di sinistra (perchè fa figo), che dichiarano spudoratamente redditi risibili e vanno in ospedale con l'esenzione (stando attenti a fare finta di avere bisogno del pronto soccorso quando sanno che c'è di turno il primario), ma con la mercedes ultimo modello, che parcheggiano fuori da ogni regola, che poi grazie a qualche conoscenza si fanno anche togliere la contravvenzione; mentre a te il commercialista con un sospiro ti ha detto che anche se non è giusto ti conviene pure pagare il condono; mentre chi ti ha già defraudato due volte, con i tuoi soldi apre fabbriche in Romania, per sfruttare meglio sia le maestranze nostrane tramite il ricatto, sia quelle rumene prese per fame, menando inoltre vanterie di natura sessuale, e poi danno ragione al papa e al governo di destra che tutelano la famiglia, schifosi.
E poi ci si stupisce se qualcuno è scoraggiato e incazzato.
HELSINKI - Viaggiava a 80 chilometri all'ora al volante della sua autovettura, in una zona del centro di Helsinki in cui la velocità massima consentita era di 40 km/h: gli è stata inflitta una multa di 170.000 euro.
E' accaduto a Jussi Salonoja, 27 anni di età, erede di una ricchissima famiglia proprietaria di una grande industria di insaccati.
Il fatto è che in Finlandia, per aumentare il potere di dissuasione delle multe, il loro ammontare viene modulato a seconda del reddito del trasgressore da punire: il reddito dichiarato da Jossi Salonoja per l'anno 2002 era vicino ai sette milioni di euro. La multa di Salonoja, che già era stato multato per 40.000 euro nell'anno 2000 per essere stato pescato a 200 chilometri all'ora sull'autostrada, costituisce il nuovo primato nazionale per la Finlandia: fino ad ora, il primato apparteneva ad un altro miliardario finlandese, Jaakko Rysola, che sempre nel 2000 aveva dovuto pagare 80.000 euro per un'infrazione di traffico stradale.
Anche quella multa era stata rapportata al reddito del multato: Rysola era un fortunato imprenditore su Internet. Nella gara per questo poco invidiato primato nazionale si era inserito per breve tempo un altro miliardario, Anssi Vanjoki, ex membro del Consiglio di Amministrazione della Nokia, il colosso finlandese della telefonia mobile. Nel 2002 Vanjoki era stato multato di 116.000 euro per eccesso di velocità in motocicletta, ma Vanjoki era successivamente riuscito a dimostrare che il suo reddito aveva subito un tracollo, e si era così fatto ridurre la multa da pagare.

L'ALTRA VIGNETTA Il presidente degli Stati Uniti George Bush a colloquio con un agente della Cia, «nei giorni che hanno condotto alla guerra in Iraq». «Avete fotografie?», chiede Bush. «No», risponde l'agente segreto. «Documenti?», «No». «Agenti infiltrati?», «No». «E allora cosa avete?», domanda infine spazientito il presidente. «Beh... mia mamma pensa che Saddam abbia l'atomica». Un attimo di riflessione di Bush: «Ok, per me è sufficiente!». Jeff Parker sul Florida Today
Riandate un momento con la memoria ai ruggenti anni 80 in cui ha imperversato il Craxismo e riflettete su quali catastrofici e irreperabili danni ha procurato allora, e promosso nel tempo che è seguito.
E ora di sicuro vi affiora il recente ricordo di grandi, immensi tromboni (Pera in testa) che commemorano, parlano, straparlano di statista, di libertà, di statura europea e liberale, questi farebbero vergognare anche Goebbels.
Ipocriti, ma vi ricordate di cosa costoro hanno detto all'inizio di mani pulite?
Ma non è possibile spernacchiarli a dovere, dannazione ci tocca subire oltre il danno, irreparable, anche la beffa di una continua presa per i fondelli da parte di infimi, miserabili, voltagabbana, altra storica categoria italica.
Introduco qui un'altra categoria a mio avviso peggiore dei comunisti mascherati di cui vaneggia il "mafioso di Arcore" (definizione del suo ministro delle riforme): quella degli ex comunisti convinti che ora militano , altrettanto convinti, dalle parte opposta, non so se mi fa più schifo o più rabia.
E' mai possibile che chi, fino a poco tempo fa, io assimilavo quasi al male assoluto, Andreotti, debba essere in virtù della forza degli avvenimenti, rivalutato?
Altro che rivoluzione liberale, qui ci andrebbe di lusso anche un qualsiasi scarto altrui.
Si parla molto della mancanza di fiducia, dei scarsissimi finanziamenti destinati alla ricerca, della mancanza di entusiasmo e iniziativa che bloccano il motore italiano, che il paese è oramai vecchio e privo di stimoli.
Mi viene in mente quanto mi disse in Thailandia nel 1999 un accompagnatore turistico che ci vedeva come un popolo vecchio e ricco che non aveva che ben pochi bambini, mentre a Bangkok è pieno di giovani.
Ora se non ci sono incentivi per le nascite, se non si trovano asili nido e vi garantisco che un nido privato costa esattamente quanto porta in media a casa una donna normale con un lavoro normale, mi spiego perchè nei casi in cui manchi il supporto ad esempio dei nonni, le giovani coppie ci pensino molto bene prima di mettere al mondo un figlio, e se fanno il gran passo magari rimane unico. Mi ricordo di quante carrozzine e testoline bionde ho visto nei miei giri in Svizzera, e sono rimasto colpito leggendo ieri un articolo su quanto il governo francese stanzia in termini di risorse da destinarsi alle famiglie.
E' incontestabile che la carica di entusiasmo , di novità e di freschezza, oltre che di mancanza di pregiudizi ed entusiasmo che può portare una generazione di giovani ben supportati e ben istruiti sia insostituibile ed essenziale a evitare l'inevitabile declino che ci tiriamo dietro.
Mi scuso per la pessima prosa, spero si colga quanto intendo dire.
In parziale replica a quanto detto da Gracco, il cui articolo ora non vedo (Webmaster!) e in sostanziale accordo con quanto asserito dal Papa in tema di famiglia (e parlo da ateo convinto) e sostenendo in pieno quanto da anni predica, inascoltato, Prodi trovo che io non possa dire niente di più e niente di meglio di quanto pubblico traendo spunto da una lettera di un direttore didattico, categoria che per motivi di lavoro mi capita di frequentare, e con la quale concordo in pieno.
LA RIFORMA DELLA SCUOLA CHE NON C'E'.
Parla il preside di un liceo scientifico.
"Si parla molto della scuola ma, per andare al sodo, molte cose non si potranno fare per mancanza di soldi. Le assunzioni a t.i. di personale per l'anno scolastico 2004/2005 sono fissate in 15 mila unità, cifra inferiore al normale avvicendamento, quindi con una reale restrizione delle risorse umane.
Con questa riduzione di personale s'intende affrontare la riforma delle elementari e delle medie, garantendo anche il tempo pieno. Poichè le risorse finanziarie, assegnate dalla legge di bilancio, non sono aumentate, se le iscrizioni per il tempo pieno supereranno le previsioni al minimo fatte dal ministero, toccherà alle scuole arrangiarsi o assumersi la responsailità di non garantire il servizio annunciato in TV dal ministro. Se si divide in modo proporzionale per regioni/provincie/singole scuole la somma stanziata a livello nazionale per il sostegno agli alunni in situazione di handicap, viene fuori che la nostra scuola disporrà di uro 34,00. Abbiamo tra gli iscritti due soggetti diversamente abili, ci vorrà molta fantasia per trovare una soluzione con questa cifra. Altro esempio. La scuola è obbligata a garantire i corsi per il patentino per la guida dei ciclomotori. I corsi sono gratuiti per gli allievi ma non c'è nemmeno un euro per chi dovrebbe insegnare. Una previsione legislativa destina il 7% delle multe per infrazioni al codice della strada a finanziare (eventualmente) questi corsi. Di ciò non esiste alcun riscontro nè al ministero, nè presso gli organi di polizia locali o regionali. Il numero medio degli iscritti ai corsi è di 150 per ogni scuola superiore di media grandezza, ci vorrebbero quindi almeno 7 corsi per scuola con 20 ore di lezione per corso. Con quali fondi? Ho inteso parlare di un possibile finanziamento extra di 41 euro, vedremo. Potremmo continuare e non crediate che sottovaluti tutti gli altri problemi: quelli propri dell'insegnamento, i rapporti con le famiglie, gli allievi difficili da seguire nella speranza di recuperarli. Solo che certe volte, a sera, quando sono solo nella mia stanza e vedo la montagna di questioni sulle quali non ho materialmente possibilità d'intervento, un po', confesso, mi adiro con chi va in tv a parlare di scuola finalmente rinnovata."
Il pappagallo primo della classe, non ripete, ma inventa e ricorda.
Un cenerino coda rossa di sei anni stupisce gli scienziati Conosce 950 parole, coniuga verbi, forse ha capacità telepatiche, roba da far impallidire anche l'onorevole (si fa per dire) Vito.
Se Berlusconi se ne accorge fa subito un repulisti generale, ma credo che nemmeno uno stuolo di pappagalli ammaestrati sarebbe disponibile a latrare in coro come quel codazzo da caravanserraglio che lo attornia e si porta appresso e che fa, se possibile, ancora più pena di lui.
LONDRA - Possiede un vocabolario di 950 parole, coniuga verbi al passato, presente e futuro, ha un buon senso dell'umorismo, probabilmente capacità telepatiche. Strano? Beh, visto che parliamo di un cenerino coda rossa, cioè di un pappagallo, la cosa senz'altro stupisce. Tanto che la rivista britannica BBC Wildlife Magazine ha dedicato un ampio servizio a N'kisi: questo il nome del volatile che ha sei anni e, originario dell'Africa, è ora di proprietà di un artista newyorkese.
Tanto straordinarie le capacità comunicative del pappagallo che gli esperti si sentono costretti a fare una nuova valutazione della portata della comunicazione tra uomini ed animali. N'kisi insomma riesce a usare le parole nel contesto giusto, a ricordare, a riconoscere, insomma a compiere quelle attività che ne fanno il primo della classe nella materia linguaggio degli esseri umani.
Qualche esempio? N'kisi, in maniera simile ai bambini piccoli, ricorre alla creatività per descrivere nuove idee: gli olii per l'aromaterapia usati dal suo padrone diventano per lui "medicine con odore gradevole".
L'animale riesce anche ad associare persone e oggetti reali con le loro fotografie. Incontrando la famosa primatologa Jane Goodall per la prima volta e avendone soltanto visto una fotografia che la ritraeva assieme a degli scimpanzè, le ha subito chiesto:"Ce l'hai lo scimpanzè?". Goodall ritiene che l'entusiasmo di N'Kisi nell'imparare a comunicare col proprio padrone sia un "esempio straordinario di comunicazione intraspecifica".
- Pubblicità -
Ma le capacità di questo pappagallo non si limitano all'uso del vocabolario: Eleanor O'Hanlon collaboratrice del BBC Wildlife racconta di aver assistito a un esperimento il cui esito poteva solo essere spiegato dalla capacità telepatica dell'animale. Quando N'kisi e il suo padrone sono stati messi in due camere separate il pappagallo è stato in grado di descrivere l'oggetto delle fotografie che l'artista stava osservando con un'accuratezza ben tre volte più alta che se avesse indovinato a caso.
Questi primi risultati sono ancora controversi ma O'Hanlon rivela nel suo articolo che ci sono molti nuovi studi che analizzano la comunicazione tra le specie e che stanno inducendo nuove riflessioni sull'intelligenza degli animali. E, forse, degli esseri umani?
Fazio, a chi gli faceva notare che la sua posizione riguardo i paradisi fiscali, era in fondo assai vicina a quella di Tremonti, ha così risposto:" Bene, fa piacere, lui è un grosso esperto."
E si capisce.
Corte dei conti. Relazione del Procuratore Generale VINCENZO APICELLA sullo stato della giurisdizione e dei controlli della Corte dei conti al primo gennaio 2004. Inaugurazione anno giudiziario 2004
Presentazione.
Il discorso demandato al Procuratore generale della Corte dei conti in questa sede di inaugurazione dell’anno giudiziario ha per connaturato oggetto l’attività svolta dall’Istituto nell’anno appena trascorso. Ne ha anche un altro, però, intimamente connesso al primo, quello di contribuire a dare ragguagli sullo "stato" che, all’inizio del corrente anno 2004, il nostro organo di controllo e di giurisdizione contabile assume - di diritto, ma anche di fatto - nell’Ordinamento costituzionale e amministrativo della Repubblica: ciò nella essenziale finalità di offrire agli organi legislativi, rappresentativi e di governo utili elementi di conoscenza per l’esercizio delle rispettive funzioni.
In questo è il senso e la ragione di questa cerimonia.
Inoltre, la necessità che una siffatta puntualizzazione venga aggiornata a scadenze sufficientemente ravvicinate è tanto più evidente, in quanto, come e ancor più che per altre magistrature, la Corte dei conti si trova, per sua stessa natura, a dover operare nel periglioso settore della gestione del denaro pubblico e delle pubbliche risorse, un settore mai tranquillo e, nel tempo, sempre mutevole.
Questa gestione si trova, infatti, costantemente stretta da esigenze e spesso da urgenze, interne ed esterne, non sempre conciliabili, di natura economica, politica, giuridica e sociale. La diversità e la mutevolezza di queste esigenze è data dal corso, nei nostri tempi incalzante, del progresso, quel progresso che, da sempre, nelle sue varie forme, inesorabilmente scandisce i tempi della storia.
Tali considerazioni coerentemente mi impongono di allacciarmi al discorso da me stesso fatto in sede di inaugurazione del decorso anno 2003. In quella occasione osservavo (cerco qui di riassumere in poche righe quanto allora dissi) che lo "stato" della magistratura contabile era caratterizzato e condizionato dalla sua natura di organo posto al "servizio della Repubblica e per la Repubblica", così come sancito dalla lettera e dalla collocazione degli artt. 100 e 103 della Costituzione e confermato dal successivo titolo V recentemente novellato; sicché, specie nella sua funzione di controllo, la Corte dei conti ancora una volta esprimeva la sua modernità, inserendosi puntualmente nel nuovo assetto del c.d. federalismo solidale consacrato nella nuova formulazione della stessa Carta Costituzionale. In tale mia prolusione, poi, sottolineavo come questa vocazione, e questa attitudine, trovassero il loro riconoscimento nel disegno di legge La Loggia, in quei giorni ancora in discussione dinanzi al Parlamento nazionale.
Questo discorso, va ora aggiornato con un preciso riferimento, quello della data di inizio del corrente anno giudiziario.
Nel 2004 cadranno due ricorrenze che riguarderanno, ad un tempo, il sistema di gestione della cosa pubblica e, non certo casualmente, la posizione e le funzioni della Corte dei conti: il decennale dell’entrata in vigore delle leggi di riforma n. 19 e n. 20 del 1994 e il primo anno di vita della legge 5 giugno 2003, n. 131.
In misura chiaramente differente, se non altro per la diversità dei tempi considerati, nonché dell’ambito della materia, si può tentare ora di formulare, per la prima e per la seconda scadenza, un sintetico consuntivo ed azzardare una previsione per le prospettive future.
2. Stato generale della funzione di controllo.
Inizierò questa mia riflessione incentrandola sulle vicende che, per le dette normative, ha avuto l’attività di controllo del nostro Istituto, che - ricordo - venne collocato dai primi legislatori dello Stato unitario al centro del sistema dei controlli sulle gestioni pubbliche, posizione, questa, che fu confermata dai padri costituenti; e ciò sulla base di regole rigorose, tali per tutte le pubbliche amministrazioni, pur nelle differenze strutturali e funzionali di ciascuna. Storicamente, quindi, se ne vide sin dall’inizio la necessità e l’insostituibilità. Come è noto, il sistema così delineato entrò in crisi quanto meno nell’ultimo dopoguerra, non appena, cioè, gli interventi pubblici richiesero articolazioni più dettagliate e tempi di esecuzione più rapidi. Sarebbe stata necessaria, all’epoca, una pronta riforma, che invece, salvo marginali correzioni, sopravvenne solo con la ricordata legge n. 20 e con la n. 639 del 1996, che portarono ad alcune fondamentali innovazioni, quali l’introduzione del controllo di gestione e la regionalizzazione della funzioni di controllo. L’esperienza acquisita nel trascorso decennio consente di affermare che l’accertata validità dell’impianto di tali leggi oggi abbisogna, sotto il profilo strutturale, di aggiustamenti e, sotto quello funzionale, del sussidio di una migliore organizzazione.
Occorre, tra l’altro, coordinare le procedure delle residue forme di controllo di legittimità (controllo, questo, che riguarda il rispetto delle regole), a quelle sopravvenute del controllo di gestione (che riguarda l’evidenziazione dei risultati). Occorrerà, oltre ad altre rettifiche, che i limiti temporali di questa mia relazione mi impediscono di richiamare, prevedere precise regole per rendere concreta l’attribuzione alle sezioni regionali della Corte dei conti di modalità di controllo sugli enti locali, nelle forme che preciserò appresso, nonché un riassetto degli organi centrali operanti, nella materia, nel nostro stesso Istituto. All’uopo, anche per altri aspetti, è opportuno che tali esigenze vengano tenute presenti nell’esercizio della delega al Governo prevista dall’art. 2 della legge n.131. Questa non potrà non tener conto che guardare con diffidenza al generale concetto di controllo significherebbe insistere in un pericoloso errore del passato, un errore che la realtà corrente, non solo italiana, e non solo nei rapporti di diritto pubblico, sta concretamente evidenziando.
Ormai frequentemente, infatti, in ogni sede e in ogni settore, ma oggi pressantemente anche in quello privato, si sente invocare l’introduzione di nuove procedure di controllo (questa parola, ieri invisa sino ad essere rigettata, sembra essere stata finalmente rivalutata) ed, estendendo il processo di rivalutazione, c’è chi giustamente auspica una maggiore attenzione per il perseguimento delle responsabilità dei gestori che operano nel settore dell’economia. Questo, si dice, per la tutela del cittadino e, per evitare alla collettività danni economici, perdita di fiducia e caduta di immagine. Danni che, neppure tanto alla lunga, fatalmente sono destinati a produrre deleteri effetti anche sui bilanci pubblici.
E se rivalutazione c’è, come ci deve essere, questa deve estendersi al campo della gestione delle pubbliche risorse, in qualsiasi forma sia effettuata.
Il discorso diventa delicato, ma nello stesso tempo necessario, quando lo si sposti specificatamente a considerare quale controllo debba essere previsto sulle gestioni di risorse pubbliche che, in quanto a struttura, rivestono quelle forme privatistiche, o para-privatistiche, in origine nate dall’invasione di campo effettuato dallo Stato nel settore dell’economia e, successivamente, dall’affermarsi dell’idea che i metodi di gestione di tipo privato fossero sempre da preferirsi a quelli soggetti al diritto pubblico.
Ne è derivato, in punto di fatto, una forte contrazione del numero e del peso delle gestioni rette da regole di diritto pubblico e una, correlata ed altrettanto forte, lievitazione di quelle disciplinate dal diritto privato.
Al riguardo, qualcuno in passato si è persino domandato se, e in quale misura, l’amministratore di risorse pubbliche operante in regime privatistico fosse ancora sottoposto ad una disciplina che lo vincolasse al perseguimento del bene comune. La questione presenta, o - come dirò più avanti - almeno presentava, asperità notevoli, sul piano concettuale, economico e giuridico, anche per il momento di transizione che il nostro Ordinamento da tempo sta vivendo.
Già ora, però, una soluzione sembra imporsi, sia sul piano del controllo che su quello della responsabilità, per la sua stessa solare elementarietà: qualunque sia il settore, pubblico o privato, in cui una gestione di pubbliche risorse si trovi ad operare, ciò non significa affatto che il concetto di discrezionalità amministrativa possa tramutarsi in autonomia privata e in irresponsabilità di fatto: il rispetto del cittadino contribuente, sostanziale azionista delle aziende pubbliche, moralmente e giuridicamente lo vieta.
Il problema, semmai, non sarà quello della previsione, o meno, di una fase di controllo, ma quello di "quale tipo" di controllo prevedere.
In estrema sintesi, conclusivamente, e a scanso di equivoci, dirò che il "controllo" va inteso come strumento di civile garanzia e che va articolato in modi, tempi ed effetti differenziati in relazione al tipo e al livello dell’azione amministrativa cui si rivolge. Dovrà essere, poi, in ogni caso, essenziale, rapido, non vessatorio, anzi con finalità costruttive e quindi tendente a realizzare un momento costruttivo della stessa azione amministrativa: ciò per una migliore gestione della cosa pubblica. A realizzare questo disegno, occorrerà sicuramente una maggiore fiducia tra controllori e controllati. Né saranno inutili aggiustamenti e riforme delle procedure che servano ad assicurare, nel contempo, legalità ed efficienza. In ogni caso, sarà necessario restaurare una generale cultura del controllo e della responsabilità. In questo quadro, la Corte dei conti, come sempre, è pronta a svolgere la parte che la legge le attribuisce o le attribuirà.
L’attuazione della legge 5 giugno 2003, n. 131 (c.d. "legge La Loggia").
I detti principi di unitarietà e di centralità del nostro Istituto trovano un’affermazione e un’occasione di funzionale realizzazione nella legge n. 131 del 2003, che comunemente viene indicata come legge La Loggia, dal nome del ministro che ne studiò il progetto, poi proposto al Parlamento a nome del Governo.
Non starò qui a ricordare l’importanza di tale testo normativo, fondamentale per l’attuazione del nuovo assetto costituzionale ed ordinamentale della Repubblica. Il suo impianto, e i dettagli che contiene, fedelmente riportano i principi delle norme novellate della nostra Costituzione, opportunamente coniugando tra loro le scelte federaliste fondate sui due essenziali pilastri dell’autonomia delle Regioni e degli Enti locali, da un lato, e dell’unità della Repubblica, dall’altro: così come, del resto, si evince dalle funzioni che vengono attribuite alla Corte dei conti dal 7° comma dell’art. 7.
In forza di quest’ultima norma, il nostro Istituto ha visto confermata la sua tradizionale posizione nel sistema di vigilanza sulle contabilità pubbliche nazionali con le finalità, espressamente e significativamente indicate, del coordinamento della finanza pubblica e del rispetto della natura collaborativa del controllo di gestione sulle Regioni.
In particolare, la stessa norma precisa che i compiti della Corte dei conti, definiti di "verifica", riguardano il "perseguimento degli obiettivi posti dalle leggi statali e regionali di principio e di programma", "nonché la sana gestione finanziaria degli enti locali e il funzionamento dei controlli interni", con funzioni di referto sugli esiti delle verifiche da rendere "esclusivamente" ai consigli degli enti controllati. L’avverbio "esclusivamente" sembra voler sottolineare il carattere collaborativo e non repressivo della verifica.
Tuttavia, la Corte, per precetto costituzionale e per disposizioni di leggi ordinarie, ha altre funzioni, che peraltro si inseriscono nel concetto del coordinamento della finanza pubblica, ribadito, come detto, dalla ricordata legge n. 131, quella del controllo contabile sull’attività dello Stato e degli enti pubblici istituzionali ed economici. Sicché appare logico, naturale, e specialmente rispondente all’assetto della Costituzione vivente, che il nostro Istituto sia venuto ad assumere, nel sistema della finanza pubblica, quella rafforzata posizione centrale e unitaria di cui ho detto. Tale posizione appare oggi tesa a far convogliare in un generale referto al Parlamento nazionale dati, notizie e considerazioni sullo "stato" della finanza pubblica del Paese in tutte le sue varie articolazioni, al fine di far sì che il massimo organo rappresentativo della Repubblica possa svolgere al meglio le sue altissime funzioni.
Peraltro, la stessa legge 131 ha voluto assicurare, sia sotto il profilo organizzativo, che sotto quello funzionale, uno stretto legame fra enti controllati e sezioni regionali della Corte, realizzato anche con l’integrazione di queste ultime con due componenti designati dalle stesse amministrazioni destinatarie del controllo. In definitiva, si è venuto a realizzare un modello di collaborazione non tipizzato dal legislatore e pertanto aperto a procedure e materie assai varie.
Anche per tale finalità, la Corte si è mossa nel senso di adeguare la propria struttura organizzativa con la finalità di raccordare – come già ricordato – l’attività di controllo finanziario di competenza di ciascuna sezione regionale con le funzioni, da svolgersi a livello centrale, di referto generale sulla finanza statale, regionale e locale.
In altri termini, è sorta l’esigenza di individuare uno strumento organizzativo in grado di assicurare tale raccordo attraverso un coordinamento agevole ed efficace, nel rispetto dell’autonomia delle singole sezioni regionali; nel contempo – e per quanto attiene segnatamente ai controlli sulla gestione – si è reso necessario individuare una sede di coordinamento, atta ad assicurare la definizione di metodologie e linee comuni di indirizzo, nell’ambito del controllo, soprattutto per consentire quei raffronti e quelle comparazioni che, come si è detto, devono contraddistinguere le indagini comuni a più sezioni.
In questa prospettiva, la Corte dei conti, nell’esercizio del potere regolamentare riconosciutole dall’Ordinamento, ha istituito una Sezione Autonomie che si caratterizza quale "espressione delle sezioni regionali di controllo" e, attraverso la quale, le funzioni di referto al Parlamento sugli equilibri generali della finanza regionale locale e quelle di coordinamento vengono, appunto, ad assumere quella valenza di "scelte condivise" che consentono di svolgere al meglio i compiti affidati agli organi di controllo della Corte, centrali e periferici.
Nell’ambito del quadro normativo, fonte di particolari problemi è il controllo, sia di natura finanziaria, sia sulla gestione, che la Corte dei conti dovrà svolgere nei confronti degli enti locali, con ciò chiudendo il circuito del sistema. E’ infatti assai poco realistico pensare che la Corte, possa svolgere, direttamente e con le sue sole attualmente limitate strutture, un’attività di verifica seria e puntuale su tutti gli enti locali: basterebbe semplicemente pensare che soltanto i comuni sono oltre 8.000. La funzione dell’Istituto dovrà, quindi, trovare una conformazione tale da potersi avvalere della responsabilizzata opera degli organi interni di controllo e di revisione contabile di quegli enti. L’attività di questi organi interni dovrà, da una parte, trovare ispirazione nei criteri e nelle linee guida stabiliti, in modo uniforme e coordinato a livello centrale, dalle sezioni regionali di controllo e, dall’altra, essi avranno il compito di segnalare quelle anomalie e, in genere, quei profili di criticità che, nei casi di maggiore gravità, potranno formare oggetto di intervento diretto da parte delle stesse competenti sezioni regionali di controllo.
Questo disegno normativo, soltanto abbozzato nelle disposizioni di cui all’art. 7 della legge n. 131 del 2003, potrà dispiegarsi in una più completa ed organica disciplina attraverso un coerente esercizio della delega legislativa, per la revisione dell’ordinamento degli enti locali, prevista nel già citato art. 2 della stessa legge 131. Su quanto sopra ci permettiamo di richiamare l’attenzione delle Autorità di Governo e specialmente del Ministro dell’interno, al quale è da tutti riconosciuta una particolare sensibilità a queste tematiche.
L’attività di controllo, di referto e consultiva della Corte dei conti nell’anno 2003.
Tale attività è stata, nel decorso anno, assai serrata e, come in precedenza, si è svolta con impegno silenzioso e costante, tanto più necessario in quanto lo richiedevano le difficoltà connesse al momento di transizione che l’Ordinamento contabile sta continuando ad attraversare.
I tempi di questo mio discorso mi impongono, nel rinviare agli atti e allegati al testo scritto, di limitarmi a indicare, in estrema sintesi, gli aspetti giuridicamente e funzionalmente più significativi di tali attività.
Le Sezioni Riunite in sede di controllo e di referto.
L’attività svolta nel 2003 dalle Sezioni riunite in sede di controllo, come sempre è consistita: nel programma generale delle attività di controllo della Corte; nel giudizio di parificazione e relazione sul rendiconto generale dello Stato 2003; nelle audizioni sulle procedure e sulla struttura del bilancio, sul conto del patrimonio e sull’ordinamento contabile; nelle audizioni sui documenti di finanza pubblica sottoposti al Parlamento; nelle relazioni quadrimestrali sulla copertura delle leggi di spesa; e in altri referti specifici.
In questa mia esposizione orale, ritengo opportuno sinteticamente sottolineare la particolare, e direi fondamentale, importanza che, come in passato, hanno assunto nell’anno, sia l’attività esplicata in sede di giudizio sul rendiconto generale dello Stato, sia le audizioni parlamentari, le relazioni quadrimestrali e gli altri referti. Ciò ancor di più in quanto tali attività, strumentali all’esercizio di funzioni decisionali, si inseriscono al più alto livello e in modo costruttivo, incisivo e concreto nel corrente andamento annuale del sistema contabile pubblico.
L’attività delle Sezioni centrali di controllo di legittimità e del controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato.
L’intensa e approfondita attività delle dette Sezioni centrali viene anch’essa dettagliatamente indicata negli allegati al testo scritto di questo discorso, dai quali tra l’altro emerge un aumento del numero delle deliberazioni adottate, tra le quali spicca quella riguardante il delicato tema del conferimento di incarichi di funzione dirigenziale.
L’attività della Sezione di controllo sugli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria.
Questa attività sta assumendo, di anno in anno, una sempre maggiore importanza, in relazione al continuo espandersi di quel "modo di fare amministrazione dello Stato", che passa attraverso il ricorso a strutture, che pur essendo private, o comunque autonome, ugualmente utilizzano risorse pubbliche. Per le considerazioni che ho già fatto, anche per questi organismi è stato necessario esercitare la massima attenzione nell’esercizio dei poteri di vigilanza e di controllo.
L’attività della Sezione Autonomie.
La Sezione, giunta al quarto anno della sua specifica operatività, ha continuato a rappresentare quello che è, oggi, l’aspetto più nuovo e più avanzato delle funzioni della Corte, e ciò non solo nella prospettiva, che si sta realizzando, di un ulteriore decentramento amministrativo, ma anche per la preziosa preparazione degli assetti già istituiti, e di quelli che verranno, con la realizzazione di programmate scelte federaliste.
Gli atti allegati evidenziano la quantità e la qualità del lavoro svolto, che ha trovato la sua estrinsecazione in ben sette referti al Parlamento, riguardanti il trasporto pubblico e i servizi pubblici locali, le iniziative comunitarie, l’informatizzazione, gli equilibri della finanza pubblica, la gestione della finanza pubblica, la gestione della finanza degli enti locali e il funzionamento dei controlli.
Attività della Sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali.
Tra le tante iniziative prese, nel 2003, dalla Sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali, spiccano la relazione sul nuovo e importante settore della "acquacultura in Italia", l’indagine sulla "sostenibilità ambientale e nuove forme di turismo" e il "referto annuale sulla gestione dei fondi comunitari da inviare al Parlamento", così come dettagliatamente emerge dal documento allegato al testo scritto del presente discorso.
Lo stato della giurisdizione della Corte dei conti nell’anno 2003.
Anche per la giurisdizione della Corte dei conti assume interesse la valutazione dei dieci anni di vigore delle leggi n. 19 e 20 del 1994, cui peraltro va aggiunta la legge n. 639 del 1996.
Nei discorsi di inaugurazione da me pronunciati negli ultimi quattro anni, ho espresso un avviso positivo sulle predette leggi di riforma, e ciò in quanto esse hanno saputo creare un sistema di giustizia contabile che, in sostanza, risponde alle attuali esigenze di garanzia del cittadino: con una limitazione, però, quella che, circa un anno fa, identificai nel troppo ristretto ambito di competenza di fatto attribuito alla giurisdizione di responsabilità appartenente alla Corte, a fronte di quella che, formalmente, ma con molti dubbi, allora era ritenuta appartenere al giudice ordinario. Ciò avveniva, in ispecie, per quanto atteneva alla materia della responsabilità amministrativa degli amministratori degli enti pubblici economici, a parte la sola molto marginale eccezione riguardante l’esercizio di eventuali poteri autoritativi e di autoregolamentazione, con effetti pratici negativi per la tutela delle ragioni dell’erario.
La questione per oltre quarant’anni fu tenuta viva dagli organi di Procura e dalle Sezioni della Corte con iniziative dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione e alla Corte Costituzionale, di volta in volta motivate con nuovi e diversi argomenti, nascenti dal sopravvenire di norme che indicavano mutamenti nei principi su cui l’Ordinamento si fondava e nell’interpretazione evolutiva del sistema vigente.
Si iniziò, così, una marcia durata quasi quarant’anni, durante i quali, pur senza dare, nel merito delle cause proposte, risposte sostanzialmente diverse rispetto al passato, sia la Corte Costituzionale che la Corte di Cassazione offrirono spunti, nelle loro pronunce, per sperare in un futuro cambiamento di indirizzo. Ora serenamente può dirsi che, allora, la questione non era ancora matura per una rivisitazione della normativa di fondo riguardante la materia.
Recentemente questo lento processo di maturazione si è compiuto e a sancirlo è stata l’ordinanza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 19667 del 6 novembre-22 dicembre dello scorso anno, una pronuncia, questa, - tengo a sottolinearlo - che ha saputo cogliere con sapienza e sensibilità giuridica il segno dei tempi.
In essa, è stato svolto innanzi tutto un attento excursus storico delle normative e delle pronunce giudiziali intervenute nel tempo, unitamente ad una attenta ricognizione dell’evolversi dell’attività di governo delle pubbliche risorse, e conseguentemente dell’Ordinamento, in tema di impiego di denaro pubblico, in ultimo attraverso anche un variato e articolato processo di privatizzazione di risorse pubbliche. Il che – come si legge nell’ordinanza – ha determinato un’evoluzione della nozione di Pubblica Amministrazione, con riflessi sugli stessi equilibri costituzionali, rendendo "labile", in particolare, la distinzione tra enti pubblici economici e non economici. Ciò anche per gli effetti della più recente legislazione comunitaria.
A conclusione di tale analisi, la stessa ordinanza ha affermato che "l’amministrazione svolge attività amministrativa non solo quando esercita pubbliche funzioni e poteri autoritativi, ma anche quando (omissis) persegue le proprie finalità istituzionali mediante un’attività disciplinata in tutto od in parte dal diritto privato".
Dalla motivazione dell’ordinanza, poi, si desume che, ai fini dell’attivazione dell’azione di responsabilità dinanzi alla giurisdizione contabile, non è essenziale accertare l’esistenza di un rapporto di servizio tra soggetto ed ente, in quanto, nella visione obiettiva e unitaria in cui si inserisce la pronuncia della Cassazione, l’elemento necessario e sufficiente per l’attribuzione della materia al giudice della Corte dei conti è il verificarsi di un pregiudizio ingiusto in danno della finanza pubblica.
Il che, per conseguenziale logica giuridica, ha portato la Cassazione a dichiarare che la giurisdizione in tema di responsabilità amministrativa di amministratori di enti pubblici economici appartiene alla Corte dei conti e ciò perché "il discrimen tra le due giurisdizioni (quella civile e quella contabile) risiede unicamente nella qualità del soggetto passivo e, pertanto, nella natura – pubblica o privata – delle risorse finanziarie di cui esso si avvale".
Del resto, quasi un assenso al principio enunciato dalla detta ordinanza della Cassazione sembra cogliersi, indirettamente, nella recentissima sentenza della Corte Costituzionale n. 363 del 10 dicembre scorso.
Né oggi può più contrapporsi la carenza di quella "interpositio legislatoris" ritenuta in passato necessaria dal giudice delle leggi per trasformare da tendenziale a specifico il dettato costituzionale dell’art. 103, secondo comma. Infatti, le SS.UU. della Cassazione, sempre nella detta ordinanza, hanno colto tale "interpositio", nell’art. 1, ultimo comma, della legge n. 20 del 1994: questa norma viene così a costituire tecnicamente il momento genetico del nuovo scenario aperto alla giurisdizione contabile.
Ora gli organi di tale giurisdizione, e, in particolare, le Procure e le Sezioni giudicanti, dovranno affrontare il delicato e grave compito di dare al riconoscimento del loro maggiore ambito di competenza una risposta che sia, ad un tempo, giusta, efficiente e rispondente all’equilibrata e ragionevole applicazione delle regole che, specie dalla legislazione intervenuta dal 1994-1996 in poi, ha regolato l’esercizio della propria giurisdizione. Ciò, quindi, come implicitamente indicato dalla Cassazione, con l’applicazione del criterio discriminante della colpa grave, del carattere personale e della suddivisione della responsabilità, nonché della limitata trasmissione di essa agli eredi e del sistema mirato di prescrizione quinquennale. Varranno anche le previste esimenti, segnatamente quella riguardante le scelte discrezionali, da valutare in relazione alla particolare attività svolta dagli enti. Infine, permarrà la ragionata e ragionevole applicazione del c.d. "potere riduttivo", strumento giudiziale, questo, che, in caso di accertata responsabilità, aiuta a realizzare una giustizia a misura di uomo.
a) Il contenzioso di responsabilità.
Come gli altri anni, anche nel 2003 intensa è stata l’attività svolta dagli organi di Procura e dalle Sezioni giudicanti. Essa, che trova la rappresentazione nelle tabelle allegate al testo scritto di questo mio discorso, si è giovata, come in passato, della collaborazione dei giudici penali e dell’apporto, sempre prezioso, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato.
La tipologia delle istruttorie aperte e dei giudizi introdotti e delle sentenze pronunciate è la più varia e diversificata ed interessa principalmente quei settori dell’azione amministrativa soggetti, in percentuale più alta in relazione alla materia trattata, al verificarsi di fenomeni di danno erariale, e talvolta anche di reati, come ricordato dal Procuratore generale della Corte d’Appello di Roma nel recente discorso di inaugurazione del corrente anno giudiziario.
Le cause più frequenti di denunce di danno ancora riguardano casi di generico spreco di risorse. In particolare, sono, in proporzione, alti gli interventi nella materia contrattuale e nella materia fiscale, dove continua a riscontrarsi una forte evasione, anche per comportamenti colposi o dolosi di dipendenti pubblici. In più, tale evasione trova, di fatto, un’ulteriore occasione nelle omissioni che si verificano in sede esattoriale. Altrettanto frequenti sono le denunce riguardanti le gestioni fuori bilancio, l’amministrazione del demanio e del patrimonio, quella del personale, il recupero dei crediti, la gestione della sanità, i diffusi fenomeni di risarcimento di danni e di pagamento di somme non dovute, e fattispecie di contemporaneo danno all’immagine e di reato.
In linea con dette indicazioni è la casistica delle tipologie di illecito che hanno dato luogo alle sentenze di condanna più significative dal punto di vista delle entità del risarcimento.
Molte istruttorie, poi, sono state aperte per perdita di risorse in materia di cooperazione allo sviluppo, a causa principalmente di cattiva organizzazione di competenti uffici pubblici.
Ma la fattispecie che presenta il maggiore aumento quantitativo e percentuale delle ipotesi di danno è quella connessa, non all’uso, ma all’abuso delle consulenze chieste dalle Amministrazioni a privati e degli incarichi ad essi attribuiti.
In realtà, siamo di fronte ad un vero e proprio nuovo sistema di "fare amministrazione", un sistema che determina spesso l’inutilizzazione di pur valide strutture amministrative esistenti, e della stessa Avvocatura dello Stato, il che contribuisce di conseguenza ad aggravare i costi di gestione, a mortificare la professionalità di pubblici dipendenti e a far sorgere il sospetto di favoritismi.
Nel 2003, il costo di tale modo di amministrare ha raggiunto, specie negli enti pubblici economici e nelle S.p.A. a partecipazione pubblica, punte di incremento annuale di oltre il 50%, in termini numerici e di costi.
Su questo e su altri analoghi casi, le Procure regionali della Corte non solo hanno aperto istruttorie, ma anche, in molti casi, hanno introdotto giudizi, qualcuno dei quali è già sfociato in sentenze di condanna.
Sull’ampiezza del fenomeno e sulla sua incidenza sulle gestioni, si deve lamentare l’inadempienza da parte delle Amministrazioni pubbliche dell’obbligo di denuncia dei collaboratori esterni, sancito dall’art. 53, co. 14, del D.L.vo n. 165 del 2001; sicché non è stato possibile provvedere alla redazione di un elenco completo contenente dati omogenei, raffrontabili e indicativi del fenomeno. La questione merita la massima attenzione da parte degli organi di Governo e ciò per la connessione che presenta sia ai fini del controllo della spesa pubblica che per il perseguimento di una più corretta gestione.
Voglio ancora una volta ricordare come si stia perfezionando il collegamento funzionale tra organi requirenti della nostra magistratura contabile e Autorità giudiziaria penale. In passato ebbi a sottolineare che era necessario che questa collaborazione si muovesse in un rapporto di reciprocità, ciò sia nei casi in cui fattispecie causa di reato venissero a coincidere, pur con diversa prospettiva, con quelle di responsabilità per danno erariale, sia quando si verificasse l’una ipotesi e non l’altra, e viceversa. Con molto apprezzabile puntualità, il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, nel discorso che ho appena ricordato, ha messo in evidenza come sia coerente con il vigente Ordinamento, anche processuale, che gli uffici del P.M. penale, ove riscontrino ipotesi di danno erariale, ne forniscano immediata notizia al competente Procuratore regionale della Corte dei conti: ciò nello spirito della legge n. 97 del 2001 (che prevede l’invio allo stesso Procuratore regionale delle sentenze di condanna di pubblici ufficiali per reati nei confronti della Pubblica Amministrazione), ma anche e specialmente in applicazione dell’art. 73 dell’Ordinamento Giudiziario, là dove viene attribuito al P.M. penale il dovere di verificare l’osservanza delle leggi e il dovere di tutelare i diritti dello Stato.
Quanto sopra detto oggi costituisce uno dei più importanti strumenti di chiusura del nostro sistema di garanzia.
b) I conti giudiziali.
Fra le storiche funzioni della Corte dei conti trova collocazione il giudizio sui conti, tipo di controllo, questo, che ha dato addirittura il nome al nostro Istituto. In effetti, trattasi di una funzione che trova la sua ragione amministrativa nel principio, antico, logico e inderogabile, secondo il quale nessun titolare di gestione di denaro e di valori può sottrarsi al dovere di rendere conto del suo operato.
Purtroppo, nel nostro ordinamento contabile, la "necessità" del sistema trova una notevolissima difficoltà pratica nell’enorme numero delle gestioni da verificare, per di più nelle forme non certo rapide di una procedura giurisdizionale, peraltro prevista a garanzia del contabile.
Ne è derivato, in concreto e da parecchi decenni, un sostanziale inceppamento in termini generali di tale tipo di verifica, tanto che il legislatore (art. 2 della legge n. 20 del 1994) ha previsto l’estinzione del giudizio di conto in caso di inattività protratta dal deposito, nonché l’esonero degli agenti contabili degli enti locali dalla trasmissione della documentazione occorrente per il giudizio stesso (art. 10 della legge n. 127 del 1997).
Queste disposizioni non hanno certo risolto il conflitto tra esigenza giuridico-contabile e possibilità operative concrete e, pertanto, anche in questa materia, emerge l’interrogativo riguardante il "che fare".
Le proposte, al riguardo, sono le più varie e, in ogni caso, vanno combinate e integrate, anche alla luce del principio del "giusto processo", introdotto dal novellato art. 111 della Costituzione.
Innanzi tutto, andrebbe cancellata l’ormai anacronistica disposizione di cui all’art. 45, 1° co, del T.U. n. 1214 del 1934, per il quale la presentazione del conto "costituisce l’agente dell’Amministrazione in giudizio". Inoltre, potrebbe essere attribuita al P.M. contabile la facoltà di esaminare, autonomamente e in prima battuta, i conti e il potere-dovere di introdurre il giudizio solo nel caso in cui si accerti la presenza di irregolarità. Ciò, però, comporterebbe la necessità di un potenziamento degli organici delle Procure regionali della Corte, il che, almeno per ora, non sembra possibile.
Questa ipotesi, peraltro, potrebbe trovare un idoneo supporto in una soluzione che preveda che il giudizio di conto sia richiesto solo per le gestioni in cui la disponibilità di denaro e valori superi un certo importo, e, in quelle di importo minore nei cui confronti l’Amministrazione abbia, nella sua sede, sollevato rilievi.
c) La giurisdizione pensionistica.
Intensa è stata l’attività della Corte nella materia del contenzioso pensionistico, anche con il prezioso supporto della Sanità Militare, nei suoi organi centrali e di quello decentrato presso il nostro Istituto. Ne è derivata una flessione dell’arretrato che è passato dai 231.000 ricorsi del 1997 agli odierni 124.000, avvicinandosi così ad assumere dimensioni fisiologiche.
Per quanto riguarda i temi trattati, ritengo opportuno ricordare, tra le altre numerose e significative pronunce rese nell’anno dalla Corte in materia pensionistica, almeno due sentenze delle Sezioni riunite.
La prima (n. 8 del 25 marzo), con un’articolata e incisiva motivazione
ha reso giustizia alle istanze dei cittadini di religione ebraica già discriminati dalle leggi razziali intese ad ottenere la concessione dell’assegno di benemerenza. In tale sentenza è stato riconosciuto che le misure di attuazione della normativa antiebraica, compresi i provvedimenti di espulsione dalle scuole pubbliche, debbono ritenersi idonee a concretizzare una specifica azione lesiva proveniente dall’apparato statale diretta a colpire la persona nei suoi valori inviolabili.
La seconda (n. 14 dell’11 luglio), ha affermato che il titolare di due pensioni ha diritto a percepire l’indennità integrativa speciale sul secondo trattamento solo nei limiti necessari per ottenere l’integrazione della pensione sino all’importo corrispondente al trattamento minimo INPS. Tuttavia, l’incertezza giurisprudenziale ancora esistente a riguardo, malgrado le ormai numerose pronunce della Corte Costituzionale e delle Sezioni Riunite della Corte dei conti, rende auspicabile un intervento del legislatore, stante il rilievo erariale della questione, peraltro rimessa ancora una volta all’esame del giudice delle leggi con diverse ordinanze delle Sezioni giurisdizionali della Corte dei conti: un intervento, che, seppure tardivo, indichi chiaramente i limiti entro i quali possa essere consentito il cumulo delle indennità integrative speciali o delle indennità similari.
Sulla funzione nomofilattica delle Sezioni Riunite della Corte dei conti.
In apertura dell’anno giudiziario 2003 feci cenno alla revisione della disciplina del processo civile ed alla rinnovata attenzione che il legislatore sta dedicando alla funzione nomofilattica della Suprema Corte di Cassazione.
Quel cammino riformatore prosegue la sua strada.
L’art. 31 dello schema di d.d.l. approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 24 ottobre include, tra i criteri direttivi di delega, il "vincolo" per le sezioni semplici di aderire al precedente delle Sezioni Unite, salvo a reinvestire le medesime con ordinanza motivata.
Il valore attribuibile al precedente giurisprudenziale è tema articolato, complesso, che coinvolge principi fondanti l’ordinamento e persino la separazione dei poteri, spettando solo alla "legge" il primato di dettare regole cogenti e valevoli "erga omnes".
La stessa Corte Costituzionale ha escluso possa avallarsi la supposizione che un organo giurisdizionale, anche quando gli vengano sottoposti validi argomenti in senso contrario, tenga fermo un suo pregresso punto di vista solo per non distaccarsi dai precedenti (sent. 134/1968) ed ha chiarito che, perfino nel giudizio " di rinvio", non è un sofisma affermare che il giudice che armonizza le sue decisioni al principio di diritto sancito rimane sempre e solo assoggettato alla legge (sent. n. 50/1970) e può, di quel principio, anche invocare il vaglio di legittimità costituzionale (ord. n. 184/2001).
Non si può dire perciò che esista, neppure per i giudici ordinari, un vero e proprio obbligo giuridico di "conformarsi" al precedente.
Esiste tuttavia – ed è forte e impegnativo – il dovere deontologico di "confrontarsi" con il precedente, di assumerlo in diligente valutazione, di discostarsene non per capricci di originalità, ma per meditati e accorti approfondimenti, semmai reinvestendo, sul punto, l’organo dalla legge deputato a risolvere contrasti e oscillazioni ermeneutiche.
Le sentenze contabili, secondo il dettato della Costituzione, e salvo il sindacato sui limiti esterni di giurisdizione, non sono soggette a verifiche di legittimità della Corte di Cassazione e, perciò, non possono risentire della funzione nomofilattica mirante alla tendenziale uniformità interpretativa.
E’ in questo diverso quadro ordinamentale e processuale che si colloca – ma pure giuridicamente si spiega e si giustifica – la funzione conferita alle Sezioni Riunite della Corte dei conti di comporre i contrasti di giurisprudenza, mediante pronunce deferite su "questioni di massima".
Pur senza costruire alcun improprio parallelismo, pertanto, è ragionevole che tali pronunce conservino una qualche influenza ermeneutica persuasiva, non divengano cedevoli al sopravvenire di ogni occasione e siano superate solo attraverso analogo percorso di deferimento e di decisione.
Siffatto itinerario processuale permette sia di correggere eventuali interpretazioni errate, sia di assicurare e mantenere vivi e vitali il progresso e l’evoluzione della giurisdizione; esso, nel contempo, si mostra l’unico strumento capace di garantire, nei limiti del possibile, un sufficiente, attendibile e convincente grado di "certezza del diritto" e di "parità di trattamento".
Tali concetti di certezza e di parità meritano entrambe un atteggiamento di massima sensibilità da parte di tutti, giudicanti ed inquirenti, perché costituiscono esigenze sentite ed insopprimibili, per i cittadini e per l’intera collettività.
6. Perorazione
Sono giunto alla fine del mio dire, che concludo, secondo antiche regole, con una perorazione. La Nazione sta attraversando un momento di difficile assestamento, nel quale fortemente incide il permanere, oltre che di problemi interni, di una situazione internazionale segnata da tensioni e da inquietudini politiche, militari ed economiche, e quindi, non certo favorevole. In particolare, mai come in questi anni lo "stato" della cosa pubblica ha avuto connessioni con la politica interna ed estera e, con l’economia privata, con conseguenti reciproci condizionamenti. Non solo, però: mai in passato, come in questi anni, è risultato arduo fare una distinzione, per il perseguimento del bene dei cittadini, tra settori e organi di diversa collocazione nell’Ordinamento e nella vita della Repubblica. Recentemente, il Presidente della Repubblica ha evocato, come generale rimedio, una parola che è al fondamento di tutte le attività umane: la fiducia, definita come la forza intellettuale e morale che ci muove e ci permette di costruire il futuro, una fiducia che, da un lato, deve obiettivamente riferirsi a noi stessi e al nostro avvenire, e dall’altro, soggettivamente riguardare le istituzioni e i cosiddetti "poteri forti".
Mi permetto di aggiungere che questa forza, che è un bene dell’uomo, come lo è delle Nazioni, va meritata, presidiata, e molte volte conquistata.
Nei limiti dell’oggetto di questo discorso di inaugurazione, ritengo di poter attingere all’esperienza recente di Procuratore generale e da quella meno recente acquisita in tantissimi anni di servizio allo Stato, affermando che la Corte dei conti, nelle sue diverse funzioni, non solo merita questa fiducia, ma può contribuire a dare ragioni di fiducia al "sistema Italia"; e ciò per la centralità, la specificità e l’insostituibilità della sua posizione ordinamentale e per la serietà sempre dimostrata nell’adempimento di un compito in ogni tempo esteso, difficile e spesso contrastato. Essa, come sempre operando in silenzio, è oggi più che mai al servizio della Repubblica.
Signor Presidente, ho l’onore di chiederLe di voler dichiarare aperto l’anno giudiziario della Corte dei conti per il 2004.
...
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo-
...
Sento che occorre:
Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia d'orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile raggiungerlo
il poeta della Baggina*
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimanto.
I Polacchi non morirono subito
e inginocchiato agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di sigarette
metttevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava la strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del "tua culpa"
affollavano i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego"* che era il primo
-si può fare domani sul far del mattino-
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
-voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo-
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perchè avevamo un cannone nel cortile,
un cannone nel cortile
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare.
quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare-
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta
poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo-
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accampagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta
* Baggina: così viene chiamata a Milano la Casa di Riposo
per anziani "Pio Albergo Trivulzio"
* Baffi di Sego: gendarme austriaco in una satira
di Giuseppe Giusti.
* De Andrade: vedi "Serafino Ponte Grande"
di Oswald De Andrade
Da "LE NUVOLE"
Fabrizio De André 1990
E se c'è ancora qualcuno che ritiene che l'unico senso di queste parole
è che sono in rima, allora non gli rimane altro che un pellegrinaggio ad Hammamet,
si troverà in buona compagnia.