Come ogni anno, o quasi, in questo periodo sono salita sull'altipiano.
E' un'abitudine che ho cercato di mantenere, nonostante tutto.
Giù, dove inizia il bosco di faggi e abeti, pioveva.
Salendo gli scarponi affondavano nella terra bagnata, smuovendo e creando
quell'odore di terra, foglie marce e legno che è una specie di imprinting.
Più in alto il bosco si diradava e ho incontrato la neve, e lì gli odori cambiano, diventano meno persistenti.
Sono scesa dall'altro versante, scivolando e aggrappandomi ai rami di abete, senza smettere di guardarmi intorno.
Alla fine l'ho visto. Quello giusto.
Non si può fare, lo so. Ma per me è un rito.
E lo faccio con grande delicatezza.
Individuo un piccolo abete, non più grande di 30 cm, scavo con le mani e lo
tolgo dalla terra. Lo ripongo nello zaino e continuo a scendere.
Una volta a casa il piccolo abete avrà un suo vaso e, dopo queste feste, lo lascerò libero piantandolo dove serve la presenza di una pianta grande.
Ora nelle mani ho ancora l'odore della resina, degli aghi e della terra.
Questo è per me l'odore del Natale.