Magari ci fossero le banane, il problema è che in questo paese ci sono solo fichi d'india, così commentò un articolo di giornale l'avvocato Agnelli in una delle sue ultime interviste.
Negli ultimi giorni ho sentito un mobilere che ha detto di aver fatto 4,5 miliardi di nero su poco meno di 10 di fatturato, è naturale poi sentirlo piangere quando i cinesi gli fanno concorrenza verso il basso e i tedeschi verso l'altro, se ruba all'azienda i soldi per la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione tecnologica necessarie e produrre uguale o poco peggio a molto meno oppure molto meglio a poco meno di ora, così come fanno in quasi tutto il resto del mondo.
Ho poi sentito un medico di quelli furbi lamentarsi dei soli mille euro che percepisce al mese di affitto per un suo stabile in centro di una cittadina rumena di 150000 abitanti, acquistata con il nero per soli 100 milioni, dice che a lui non fanno nè caldo nè freddo, andatelo però a dire a un insegnante, oppure a uno stesso medico, però ospedaliero, oppure anche a un qualunque impiegato di banca, che con poco di più deve sbarcare il lunario. a tutti questi dedico il resto dell'articolo, copiato di sana pianta e che condivido in pieno.
Povero Cavaliere
in che guai si è cacciato
di EUGENIO SCALFARI
FINO a tre giorni fa era ancora dubbio che la ripresa economica americana fosse realmente incominciata, ma ora quel dubbio si è fortemente attenuato anche se ancora è prudente attendere ulteriori conferme. Produttività, produzione, esportazione e prodotto interno erano infatti in aumento fin dagli inizi dell'anno mentre l'occupazione restava ostinatamente al palo. Gli ultimi dati, diffusi appunto tre giorni fa, ci dicono che finalmente anche la creazione netta di nuovi posti di lavoro ha fatto un deciso salto in avanti: le previsioni per il mese di marzo davano un modesto aumento di 110mila mentre il dato effettivo è stato di 308mila posti di lavoro. Wall Street ha festeggiato con un rialzo generale, le Borse europee hanno seguito con entusiasmo, con la differenza che per i titoli del mercato Usa le ragioni del rialzo erano lì, sotto gli occhi di tutti; per quelli europei invece non c'erano affatto.
Il vero problema per noi europei è ora quello di capire se la ripresa dell'economia americana funzionerà come locomotiva della ripresa europea ed entro quanto tempo. Se l'aumento della domanda Usa - e quindi anche delle importazioni di merci e servizi europei - durerà almeno per un paio d'anni i benefici arriveranno anche in Europa presumibilmente a partire dal 2005.
Quest'ipotesi è abbastanza probabile, ma quando si dice Europa si usa una definizione troppo generica. Bisogna dunque precisare: la ripresa Usa - sempre che duri almeno un biennio - avvantaggerà soprattutto i Paesi europei capaci di intercettare dal lato dell'offerta la maggior domanda americana di beni e di servizi. In termini sia di prezzi che di qualità.
Questa capacità è anche influenzata dal livello del cambio dollaro-euro. A sua volta questo livello dipende dalla politica dei tassi di interesse decisa dalla Federal Reserve di Washington e dalla Banca centrale europea di Francoforte.
Presumibilmente la Federal Reserve rinvierà ogni mutamento dei tassi fino alle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Da quel momento in poi è logico attendersi un rialzo e quindi un rafforzamento del dollaro sempre che la Bce non rialzerà a sua volta i tassi di Eurolandia.
Spingersi oltre queste ipotesi è troppo azzardato, ma quello che sembra probabile è che i Paesi europei meglio posizionati per agganciarsi alla ripresa economica Usa siano la Germania, la Francia e la Spagna mentre l'Italia è proprio quella il cui percorso è tutto in salita.
I dati, stimati da Prometeia, sono in proposito i seguenti: nel quinquennio 1998-2003 le esportazioni tedesche sono aumentate del 5.9 per cento, quelle francesi del 3.5, quelle spagnole del 5, la media europea ha segnato un aumento del 4.4. Le esportazioni italiane hanno guadagnato soltanto lo 0.7. Ma nell'ultimo biennio 2001-3 l'Italia è addirittura arretrata e le sue esportazioni sono diminuite del 3.9. Era dall'immediato dopoguerra che ciò non accadeva, cioè più di mezzo secolo fa. Il segnale, dovuto ad una drastica caduta della competitività italiana, è il più drammatico tra i tanti dati negativi che la nostra economia ha dovuto registrare in questi ultimi mesi.
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Rischiamo dunque di essere tra i pochi Paesi, forse l'unico tra i membri del G7, che non riuscirà ad agganciare la ripresa economica americana.
Credo sia superfluo sottolineare la gravità di un rischio del genere che, allo stato dei fatti, ha non meno del 50 per cento di probabilità di verificarsi.
La domanda che a questo punto si pone è come sia stato possibile che un rischio di questo genere abbia potuto materializzarsi incombendo come una nuvola nera sulla testa degli italiani.
La risposta non è difficile perché sta nella politica economica seguita nell'ultimo triennio dal nostro ministro dell'Economia. Tremonti ha puntato tutta la posta su una sola carta: che la ripresa americana, dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street e dopo l'11 settembre 2001, si profilasse già nel 2002 e che il traino Usa potesse prendere agevolmente a rimorchio tutto il pesante treno europeo compreso il vagone di coda italiano.
Fiducioso in questa sua speranza e per di più fortemente limitato nei suoi spazi di manovra dagli impegni elettorali di abbattimento della pressione fiscale assunti dal suo "premier", il ministro dell'Economia ha fatto ricorso a una serie di provvedimenti-tampone per i quali ha un indubbio talento. Tra di essi soprattutto ha fatto ricorso sistematico ai condoni, agli anticipi di riscossione, ai posticipi di pagamenti dovuti, all'uso spregiudicato di anticipazioni bancarie sia con gli istituti di credito ordinari sia con la stessa Banca d'Italia e infine alla cartolarizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti pubblici.
L'ultimo di questi provvedimenti (cartolarizzazione) avrebbe avuto un senso se fosse stato interamente usato per ridurre l'enorme debito pubblico esistente. Gli altri sopra indicati potevano a loro volta avere un senso se "i fondamentali" dell'economia italiana fossero stati solidi e la pubblica finanza non fosse stata così rapidamente dilapidata. E se infine l'economia Usa fosse ripartita - come Tremonti prevedeva - nel 2002.
Purtroppo per lui, ma soprattutto per tutti noi, nessuno di questi presupposti era reale. La ripresa americana ha tardato due anni a materializzarsi. L'economia italiana ha accelerato il processo di deindustrializzazione già in corso da tempo nel settore della grande industria manifatturiera. La competitività complessiva del nostro sistema è precipitata agli ultimi posti della graduatoria internazionale. La finanza pubblica ha subito colpi assai duri dimezzando l'avanzo primario delle partite correnti che era stato lasciato in eredità dai precedenti governi. Il ritmo della spesa pubblica è aumentato. Le entrate tributarie sono state prosciugate dai condoni e dalle anticipazioni di gettito privilegiando la cassa senza alcuna attenzione alla gestione del bilancio. Le previsioni sull'aumento del Pil sono state volutamente falsificate per tre esercizi di seguito nell'inutile tentativo di nasconderne il reale andamento.
Insomma un disastro. Con il risultato ormai sotto gli occhi di tutti d'aver sbagliato previsioni, metodi, provvedimenti, arrivando mezzi morti ad un appuntamento decisivo al quale sarebbe stato invece necessario presentarsi con muscoli elastici e pronti a scattare.
Debbo aggiungere - ma non è un'aggiunta da poco - che a quell'appuntamento siamo arrivati con la pace sociale a pezzi e la concertazione volutamente distrutta a causa della dissennata politica del presidente del Consiglio e del presidente della Confindustria D'Amato, un'accoppiata che è stata il peggio che l'economia italiana potesse mai attendersi.
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Per risollevare le sorti economiche e finanziarie da un così catastrofico bilancio il presidente del Consiglio, spalleggiato dal ministro dell'Economia ma frenato dagli altri suoi alleati, rilancia ora la vecchia idea dell'abbattimento delle tasse (correttamente dovrebbe dire delle imposte, ma forse ignora la sostanziale differenza tra queste due parole).
Non parla invece di abbattimento della pressione fiscale che è il dato che più interesserebbe. E non ne parla "pour cause". Nei primi tre anni del suo governo infatti (dati Istat) la pressione fiscale è aumentata invece di diminuire: ad una modesta diminuzione del carico fiscale nazionale ha fatto riscontro infatti un aumento pesante dei carichi comunali, provinciali, regionali. Sicché, dopo tanto promettere, la pressione fiscale è passata dal 42,2 del 2001 al 42,8 del 2003, ultimo scorno delle promesse non mantenute.
Comunque: abbattimento delle tasse (imposte) e tra queste soprattutto dell'Irpef, cioè dell'imposta personale sul reddito a giusta ragione ritenuta la voce elettoralmente più accattivante.
Stando alle promesse fatte nel 2001 a quest'ora la riforma fiscale berlusconiana avrebbe dovuto già essere un fatto compiuto. Il costo complessivo fu allora stimato (temo per difetto) in 30 miliardi di euro, 60 mila miliardi di vecchie lire. Invece, come si dice, siamo ancora a "carissimi amici". Il presidente del Consiglio, che vuole dare una scossa all'economia, si accontenta ora di uno stralcio: secondo lui uno scampolo di 6 miliardi di euro (13 mila miliardi di lire) dovrebbe essere messo quanto prima nelle tasche degli italiani per rilanciare i consumi e di qui far ripartire tutto il sistema attualmente inceppato.
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Mi sbaglierò, ma personalmente non credo affatto che sei miliardi di euro rappresentino una dose d'urto capace di rivitalizzare il sistema. Nella situazione attuale, con le esportazioni in declino, con crack industriali di proporzioni ben altrimenti ingenti, con una "stagflation" preoccupante e con una produzione industriale in calo da tre mesi consecutivi, non creeranno nessuna onda d'urto.
Ma, paradossalmente, creeranno invece seri problemi di copertura e scateneranno vere e proprie risse sociali per quanto riguarda la ripartizione dei (modesti) benefici.
La copertura. Può esser fatta mandando il bilancio ancora più in disavanzo e fidando nel fatto che la crescita dell'economia ricostituisca quanto prima un decente equilibrio. Francamente non credo che questa strada sia percorribile. La Commissione di Bruxelles ha già avvertito che l'Italia si sta avvicinando pericolosamente a superare la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil e quindi deve fermarsi finché in tempo. Berlusconi e Tremonti hanno ieri risposto insultando la Commissione e il suo presidente.
Non mi pare un buon metodo.
Certo se avessimo un bilancio in ordine e l'unica falla da chiudere fossero i sei miliardi del "bonus" fiscale, la copertura non sarebbe un problema, ma le cose come sappiamo non stanno così: ci sono riforme senza soldi (sanità, scuola); ci sono spese correnti emergenti, ci sono entrate "una tantum" non più ripetibili. I sei miliardi del "bonus" si aggiungono. Il totale si colloca in un ordine di grandezza di almeno 40 miliardi di euro. Con un Pil che stenterà a raggiungerà nel 2004 un aumento dell'1.5 per cento, a legislazione invariata siamo già a oltre il 4 per cento rispetto ai parametri del patto di stabilità europeo. Che dovrebbe fare la Commissione di Bruxelles? Mettere la testa sotto terra come uno struzzo per non vedere e dimenticarsi che il debito pubblico italiano è il doppio di quanto consentito dal Trattato di Maastricht?
La distribuzione dei benefici. Se si prende in parola quanto detto in questi giorni dal presidente del Consiglio, i sei miliardi di "bonus" saranno distribuiti a tutti i venti milioni di contribuenti a partire da quelli con redditi al di sopra di 7500 euro annui.
Dividendo la cifra per il numero dei contribuenti si ottengono 300 euro annui di minor peso fiscale per ogni contribuente. "Non è la felicità ma aiuta" ha detto Tremonti. Ben detto, signor ministro, non è la felicità. E' un piccolo aiuto, un aiutino.
Ci pensate? Trecento euro l'anno a venti milioni di persone. Che cosa ci faranno? Li spenderanno? Come li spenderanno? Mistero. Secondo me non se ne accorgeranno neppure. Se volete qualche illuminante confronto pensate che il crack Parmalat, da solo, ha bruciato dieci miliardi di euro e forse più, cioè di risparmi e/o depositi. E pensate che l'inflazione, limitatamente ai generi di prima necessità cioè alimentari e canoni di affitto, viaggia non già al 2.3 della media generale ma al 4. 8 (stime ufficiali).
L'aiutino del "bonus" da 300 euro non arriva nemmeno a compensare il rincaro delle merci di più largo consumo che tra l'altro non hanno alcuna capacità di essere una leva efficace per il rilancio sostanziale della domanda.
Naturalmente si possono seguire altri criteri di ripartizione dei benefici. Per esempio si può concentrare tutto sui contribuenti del ceto medio, quelli con redditi tra i 10 e i 30 mila euro annui. Sono in tutto quattordici milioni di contribuenti.
Distribuendo i sei miliardi tra questa platea di reddito si ha un bonus da 450 euro a testa. E gli altri?
Staranno a guardare senza fiatare? Strilleranno tutti come aquile, i poveri e i ricchi, chi il "bonus" non l'avrà ma anche chi lo avrà preso. Per di più, se la copertura non sarà fatta correttamente, le agenzie di rating ci abbasseranno la qualifica con ripercussioni immediate sui tassi d'interesse bancari e sull'onere del debito pubblico. E allora non sarà pioggia ma grandine.
Povero Tremonti. E soprattutto povero Berlusconi. Ha già tante spese personali per appiccicare un mare di manifesti con quel suo eterno e radioso sorriso. Chi gliel'ha fatto fare di impelagarsi in questo procelloso mare delle tasse (imposte)? Secondo me ne uscirà con le ossa rotte, ma, (lo ripeto) quel che è peggio, con le ossa rotte ci ritroveremo tutti noi.
(4 aprile 2004)