Visto che il tentativo di alleggerimento svolto a 1/2 cazzeggio, non vi ha smosso più di tanto, beccatevi l'articolo di Pansa, che se avessi soldi farei stampare a spese mie per tappezzarne le città.
IL CASO
Quando l'Italia
scoprì l'antipoltica
di GIAMPAOLO PANSA
Il cappio del leghista Orsenigo
Quando Silvio Berlusconi ha sbraitato contro i politici di professione
che rubano e si fanno le ville al mare, la casa in montagna e pure la
barca, mi sono detto che questa invettiva l'avevo già sentita. Ma dove e
da chi? Poi la memoria mi ha riportato a un giorno di sedici anni fa, il
15 luglio 1987. All'Eur di Roma era stata convocata l'Assemblea
nazionale socialista. Nel Psi avevano visto levarsi una ventata
passeggera di moralismo. E Craxi aveva promesso di ripulire il partito
non con la scopa, bensì con la spada.
All'inizio della seduta pomeridiana del 15 luglio, venne data la parola
a Enzo Mattina, 47 anni, di Buonabitacolo (Salerno), già segretario
confederale della Uil e in quel momento deputato europeo. Di fronte a
una sala vuota, presenti soltanto qualche sentinella delle agenzie e un
paio di inviati, compreso il sottoscritto, Mattina si abbandonò a uno
sfogo accorato e furente.
Rivolto alla sedia vuota di Craxi, Mattina disse: "Caro Bettino, se non
vogliamo soltanto fare delle parole, dobbiamo affrontare la questione
morale prima di tutto dentro il nostro partito".
Poi aggiunse: "Diamo un'occhiata alle denunce dei redditi di molti
nostri compagni, parlamentari e dirigenti. Con i redditi che vengono
dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello
medio-basso. Invece che cosa vediamo? Vediamo molti quadri del partito
con case lussuose, magari pacchiane, ma lussuose. Con yacht da centinaia
di milioni. Con ville al mare, ville in montagna, ville in collina. Con
apparati personali costosissimi. Che cosa dobbiamo concludere? Che siamo
tutti ereditieri? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? Ma è possibile
che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti di partito?".
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Non ricordo più se Mattina disse "di partito" o "del nostro partito". Ma
la sostanza non cambiava. Era antipolitica, quella? O invece, come
penso, la denuncia onesta di un cancro che aveva già cominciato a
divorare il terzo partito italiano e non da solo? La nomenklatura del
Psi alzò le spalle davanti all'intemerata, parole in libertà, aria tra i
paracarri e basta. E poi chi era, questo Mattina? Un sindacalista
demagogo.
Un principiante che non conosceva l'Abc della politica. Un qualunquista.
Un sabotatore del Garofano, che pure l'aveva mandato al Parlamento
europeo. Che invece di parlare di programmi, di leggi, di meriti e
bisogni, diffamava i compagni. Soprattutto quelli cresciuti nelle
trincee fangose delle sezioni, del tesseramento, delle competizioni
elettorali. Insomma, i benemeriti professionisti del partitismo.
Quelli di cui Craxi diceva: "Il più stupido di loro sa suonare il
violino con i piedi" .
Passò del tempo. E dentro il Psi si continuò a trattare come cani in
chiesa quei pochi compagni che chiedevano pulizia e moralità. Voglio
ricordarne uno, di seconda fila: Pino Cova, già segretario della Cgil a
Milano, poi consigliere comunale, supporter di quel galantuomo di
Giorgio Ruffolo.
Insisteva di continuo sull'onestà politica, sulle mani nette. Così, a un
certo punto, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino e sindaco di Milano,
cominciò a sbeffeggiarlo chiamandolo "Mastrolindo" .
Poi, nel febbraio 1992, quasi cinque anni dopo l'urlo di Mattina,
cominciò il terremoto di Mani Pulite. A Milano cadde il Muro di Bettino,
ossia il sistema di potere imperniato sulla Sacra Famiglia, come gli
stessi socialisti definivano il giro craxiano. Quindi pure la Balena
Bianca democristiana s'incagliò nelle secche di San Vittore. Infine
toccò al Pds ambrosiano. E uno sconvolto Achille Occhetto si precipitò a
Milano per convincere i compagni che lui non sapeva niente di niente.
Bettino Craxi
Mani pulite fu tante cose, tutte positive. E fu anche, per quel tempo,
l'espressione massima dell'antipolitica. Intendo la spinta contraria
all'unica politica che allora esisteva e contava: quella sfornata dai
partiti della Prima Repubblica. Niente girotondi. Niente Internet. Quasi
niente associazioni di oppositori dell'andazzo imperante (a Milano
ricordo soltanto "Società civile" di Nando dalla Chiesa). Zero
no-global. Zero marce di liberi pensatori. Ma il troppo del partitismo
aveva stroppiato. L'italiano qualunque era pieno di rabbia contro i
professionisti della politica. Anche contro quelli onesti che non
avevano il coraggio di denunciare i vicini di banco corrotti. E i
procuratori della Repubblica apparvero gli angeli vendicatori della
gente, come si disse poi, vessata dall'arroganza e dalla voracità di
tanti don Rodrigo annidati nel sistema repubblicano.
In quel mare infuriato inzupparono il pane anche parrocchie politiche
che oggi rognano nel sentire il Berlusconi moraleggiante. Il 13 maggio
1992, giorno d'inizio delle votazioni per il nuovo presidente della
Repubblica, in piazza Montecitorio i Verdi lanciarono mazzette di
centomila lire, fotocopiate. Una di queste centrò in pieno il dc Arnaldo
Forlani, tirato e livido, con un grugno da museo delle cere. Sulla
facciata della Camera troneggiava un cartello affisso dal missino
Filippo Berselli, da Bologna: "San Vittore" . Poi, dentro il palazzo,
apparvero le prime manette.
Erano manette vere, ridipinte di nero. Le portava alla cintura un altro
deputato missino, Carlo Tassi, da Piacenza. Il Tassi si presentava
sempre alla Camera vestito come i suoi antenati nel ventennio: sahariana
nera, camicia nera, cravatta nera, brache nere. Adesso la divisa era
integrata dall'optional dei ferri carcerari. Queste manette il Tassi le
esibiva. Le faceva tintinnare.
Le esponeva, luccicanti, al sole di maggio nel corridoio dei Passi
Perduti. Ma le manette le aveva portate anche un deputato verde, Stefano
Apuzzo, da Napoli. Lui le scaraventò sullo scranno di un allibito
Pillitteri.
In quei giorni, l'antipolitica in piazza si materializzò a Milano nei
primi cortei pro-Mani Pulite. Trionfò subito una canzonaccia, dedicata
al giovane Bobo Craxi, sull'aria di un vecchio motivo, "Ma Pippo Pippo
non lo sa" .
Faceva cosi: "Ma Bobo Bobo non lo sa / che Mario Chiesa ruba in tutta la
città / Ruba di qui / ruba di là / e porta tutto al suo papà!" . In
attesa del nuovo presidente della Repubblica, il Transatlantico risuonò
di altri slogan scanditi in quel corteo ambrosiano: "Trussardi / disegna
/ la collezione / per i compagni / che stanno in prigione" , "Sono
finiti / i Ceausescu in Romania, / finiranno / i Craxi in Lombardia" .
Infine arrivò l'anno del cappio. Fu un'invenzione del partito che allora
esprimeva il massimo dell'antipolitica: la Lega di Umberto Bossi. Il 16
marzo 1993 lo espose nell'aula di Montecitorio un deputato leghista. Era
Luca Leoni Orsenigo, da Cantù, 31 anni, un marcantonio che in quel di
Merone aveva un negozio di attrezzature per la ricetrasmissione. Cappio
vero. Da forca in piazza. Di corda robusta. Urla di reazione. Rissa.
Rabbia del presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il capogruppo
leghista, Marco Formentini, incitava a gridare: "Mafia, mafia, mafia!" .
Poi i deputati della Lega uscirono dall'aula formando un trenino,
soffiante scherno e improperi.
Trascorse un anno e mezzo. Berlusconi scese in politica. E trovò, belli
come il sole e pronti all'incontro, proprio i missini delle manette e i
leghisti del cappio. La campagna elettorale 1994 del Cavaliere fu
giocata tutta sull'antipolitica. Sua Emittenza presentò se stesso come
l'esatto contrario dei figuranti espressi dal partitismo. L'uomo del
fare. L'imprenditore vincente. L'italiano che aveva inventato la tivù
commerciale.
Il presidente del Milan campionissimo.
Gli avversari erano dei paria da rifiutare. Anche nei faccia-a-faccia
elettorali. Il 9 marzo 1994, giorno del suo primo tour nel collegio di
Roma Centro, il Cavaliere disse subito di no al confronto con il
candidato progressista, Luigi Spaventa, ministro del Bilancio. Sentite
questo Silvio sprezzante-ridanciano: "Spaventa? Spaventa chi? Spaventa
non mi spaventa. Spaventa mi fa ridere. Spaventa prima faccia quello che
ho fatto io. Crei un gruppo come il mio. Vinca un po' di coppe. E poi si
ripresenti!" .
Quell'anno, Berlusconi vinse cavalcando il vento di Mani Pulite. Con
un'operazione antipolitica paradossale: dare addosso al vecchio
partitismo e accogliere in Forza Italia i naufraghi della Dc e del Psi.
Rimettendoli all'onor del mondo, con seggi in Parlamento e incarichi nel
suo nuovo partito.
Del resto, pure lui apparteneva all'antico sistema, ne aveva goduto i
vantaggi e gli aiuti. Ma era anche un mago del travestimento. Il trucco
gli riuscì.
L'unico colpo fallito fu quello di portare nel suo governo nientemeno
che Antonio Di Pietro. Lo voleva (così sostenne) come ministro
dell'Interno.
Dieci anni dopo, Berlusconi mette in scena lo stesso inganno. Adesso che
affonda nella palude di una politica fallita e di un governo
inconcludente, i suoi spin-doctors gli consigliano di rimettersi i panni
dell'antipolitico. Ma forse non esistono né esperti di comunicazione né
consigli. Il Cavaliere è un formidabile fiutatore di vento. Sa che
l'italiano medio è incazzato nero. Per il carovita. Per le tasse che non
sono scese. Per il risparmio gabbato. Per i giovani senza lavoro. Per il
paese ingovernato. Silvio dovrebbe dire: la colpa è mia. Invece grida:
la colpa è dei politici professionali, compresi i miei alleati. Parolai,
nullafacenti e ladri. Dovete fidarvi soltanto di me. Che sono uguale a
voi: alla gente che lavora! Attenti a sottovalutarlo. La sua mossa è
astuta. Andate nei bar, sui treni, nei mercati rionali, allo stadio.
Sentirete dire: "Berlusconi non ha mica pisciato del tutto fuori dal
vaso" .
Non sarà semplice far passare un'opinione contraria. E spiegare che la
sua mossa non porterà a nulla. Perché dopo l'antipolitica, un mestiere
da cicale, sarà inevitabile tornare alla politica, mestiere da formiche.
Ma l'Italia ama le cicale o le formiche? Questo è il problema.
(25 febbraio 2004)